Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/49

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Ma dal tono della risposta capì che il povero babbo non doveva esserne molto contento.

Infatti, in tutte le stanze, tappezzerie rinnovate, pavimenti alla veneziana lustri come specchi, usci riverniciati in bianco, doppie tende di trina e di stoffa che scendevano con larghi panneggiamenti fino a terra; davanti a ogni finestra o terrazzino, bussole dai grandi cristalli, il salotto tutto addobbato di nuovo... In somma, da non raccapezzarvisi.

— E quest’uscio? — domandò Giacinta al padre che le mostrava ogni cosa.

— Dà nelle stanze del commendatore Savani, il direttore della Banca agricola. Egli è solo, scapolo, e desina in famiglia con noi.

— Babbo, e questa mia camera non era prima la sala da pranzo?

— Tua madre!... — rispose il signor Paolo stringendosi nelle spalle.

— Ma... come?

Si sentiva proprio scombussolare:

— Dov’erano andati i cari testimoni della sua fanciullezza?

Quei ricordi così vivi, così netti pochi giorni addietro ora, sotto l’impressione di quella inattesa realtà, se li vedeva sbiadire rapidamente davanti con un senso di pena e d’indefinito terrore.

— Anche il giardino! Le aiuole, circondate da eleganti ripari di ferro fuso, parevano, sì, ceste fiorite, ma...

— E quelle statue di terra cotta?... Come stridevano, con la loro tinta rossastra, fra il verde degli alberi!

E poi... che vita in casa!... Col via vai di tanta gente dalla mattina fino a notte inoltrata, il salotto sembra una succursale della Banca del primo piano.