Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/75

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E l’avvocato, prudente, non cercò che gliela ripetesse due volte.

Ultimo, dopo parecchi altri, si era presentato il Merli.

— Mi chiegga una prova, signorina; la più ardua!

— ...Si faccia prete, per amor mio — gli aveva risposto, seria seria.

— Oh, quella ragazza doveva essere una grulla!

— Un po’ di ciccia, pochina! con la bocca e con gli occhi.

— Quella lì? Era di razza Marulli; più calcolatrice della sua mamma.

— Già... se è vero l’affare del servitore...

— Se è vero?...

Senza confidarsi l’un l’altro il loro cattivo successo, i corteggiatori scartati si vendicavano dicendone, quando capitava, questo e peggio.

Giacinta era grata ad Andrea Gerace che non le aveva mai detto nulla, quantunque ella capisse che quegli occhi neri che se la divoravano intendessero dirle di più di tutti quegli altri. E vi rifletteva su, di sfuggita, come vagante dietro a un sogno che le scappava davanti lontanissimo, tra una nebbia dove la cara melodia di quella sera si andava perdendo. Ma ella si arrestava tutt’a un tratto, piena di terrore:

— No! No!

E fu dolorosamente tocca la sera che Andrea, uscito appresso a lei sulla terrazza per godere il lume di luna di quella magnifica serata di giugno — mentre gli altri conversavano in salotto — le aveva sussurrato all’improvviso due parole, colla voce tremante.

— Anche lei? — disse.

— Perchè no?