Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/68

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tanto freddo e lui tanta paura. — Dite poi che il diavolo non cacci la coda per tutto! Fecero la vigilia d’armi in famiglia.

Roma veduta, fede perduta, dice il proverbio; e la Clodia, provato che il fare all’amore val meglio che andare a messa, non si potè più contenere; si diè a sdrucciolar per la china. I suoi, che si persuasero di buon’ora con che bizzarra cavalla avessero da fare, tentarono metterle un freno purchessia, e la diedero in isposa a Quinto Metello Celere suo cugino, certo coso duro, abbozzato con l’ascia, che avea più a cuore la patria che la vita.1 Non c’era di meglio perchè la Clodia s’inalberasse. Quel barbone le entrò subito in tasca. La donna è per natura allopatica: si cura coi contrarii. Datela in mano a un Ercole, presto o tardi si troverà un Apollo. La misurata gravità di Metello facea proprio a’ calci con l’indole stemperata e bizzarra della sua metà. Vennero subito alle prese. Metello messe in opera le buone e le brutte, ma non ne cavò più che nulla: tanto valeva strizzare una rapa: ab asino lanam. Clodia avea bisogno di svaghi: fra’ primi e più illustri, che si procurò, fu il povero Catullo. Ma, eadem tundere incude! qual cosa più noiosa per una donna che si vuol dare un bel tempo! S’annoiò del poeta ben presto. Più crescevano i suoi capricci, e più il marito le si rendea insopportabile; un vero pruno nell’occhio. Bisognava sbarazzarsi di lui per poter correre il palio con libertà. Un bel giorno, che è, che non è? Quinto Metello dà gli ultimi tratti. Come! or son tre giorni egli facea quella

  1. Cicer., Oraz. cit., XXIV.