Pagina:Celoria - Atlante Astronomico, 1890.djvu/28

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II. LA LUNA. 13

nel novilunio e nel plenilunio essere sostituita da un vaso di latta annerito, di area uguale alla superficie apparente lunare e ripieno d’acqua a temperature rispettivamente di 10 e 84 gradi centigradi. Da questi fatti non si può ancora arguire quale sia la temperatura assoluta alla superficie della Luna; dietro alcune esperienze delicate e difficili fatte sullo spettro del calore lunare, pare che essa possa ritenersi uguale a quella dell’acqua che agghiaccia.

Senz’aria, senz’acqua, fredda come il ghiaccio, la superficie della Luna più si studia e più appare in condizioni diverse da quelle della Terra.

9. Sul disco lunare si scorgono già ad occhio nudo ampie estensioni di colore grigio-scuro, in parte separate per contorni ben netti dalle regioni attigue più luminose, in parte penetranti nell’interno di queste e svolgentisi fra esse sotto le forme più varie. Vedendole, si resta naturalmente portati a paragonarle ai nostri mari, tant’esse appaiono a prima giunta, oltre che vaste ed oscure, piane e monotone: col nome di mare vengono universalmente distinte (tavole IV e V), ma sarebbe più proprio dirle macchie.

Di queste macchie alcune sono più piccole, un poco più lucide ed offrono nella loro estensione qualche maggior varietà di accidenti. Alle medesime si dà il nome di paludi e di laghi, così come, guidati dall’analogia delle apparenze, si chiamano seni certe parti rientranti dei mari, circondate per lunghi tratti da estensioni luminose, talora ben limitate e definite come nel bellissimo Sinus Iridum, talora meno distinte e terminate da contorni meno splendenti come nel Sinus Medii.

Tutte queste macchie più o meno oscure, mari, laghi, seni, paludi, occupano circa i due quinti dell’emisfero lunare per noi visibile. Sono più numerose ad est ed a nord (tav. IV e V), meno nelle parti centrali e verso ovest, mancano affatto nelle alte latitudini meridionali della Luna. Dei mari, dei laghi, dei seni, delle paludi terrestri hanno le apparenze, ma in realtà non sono nulla di tutto ciò. Nessuna, sotto ad un cannocchiale abbastanza forte, presentasi sotto forma di una vera superficie piana e liscia; tutte, quale più quale meno, sono scabre, ed alcune anzi sono in diverse direzioni corse da lunghe striscie sottili, più alte del loro fondo. I materiali, onde esse sono formate, certo quindi sono allo stato solido, e appaiono oscuri solo perchè riflettono verso la Terra minor quantità di luce solare. Non possono essere allo stato liquido anche perchè sulla Luna o non esiste atmosfera o ve n’è solo una tenuissima, colla quale sono inconcepibili le nubi, le nebbie, le pioggie, la circolazione dei vapori, l’acqua, in generale qualunque fluido.

Alle macchie lunari Evelio cominciò dal dare nomi tratti dalla Terra, e ne venne il Mare Adriaticum, il Mare Mediterraneum, il Sinus Syrticus e via. Riccioli tosto dopo prese invece a denominarle bizzarramente, partendo dai concetti dell’astrologia intorno all’influenza delle diverse parti lunari sulla tempe-

ratura, sulle stagioni, sui fenomeni atmosferici, sullo spirito e sul corpo umano. Così sulla Luna i selenografi notano ora il Mare Faecunditatis, il Lacus Mortis, la Palus Somnii, il Sinus Epidemiarum, la Peninsula Deliriorum. Così anche su quelle regioni lontane lo spirito umano ha trovato modo di perpetuare la memoria delle proprie aberrazioni.

10. Si incontrano sulla superficie lunare alcune configurazioni speciali, che non hanno parallelo sulla Terra, e sono certe scanalature, certi incavi stretti e lunghi che si estendono in linee rette o leggermente serpeggianti per miglia e miglia, talora fino a 200 chilometri. Hanno in tutto il loro svolgersi una larghezza uniforme, che mai oltrepassa i duemila metri, e solo eccezionalmente alcune si allargano qua e là in forme circolari o piazze di diversa ampiezza, per riprendere tosto dopo il loro corso normale. Appaiono subitanee sulla superficie lunare, scompaiono d’un tratto, e non hanno punto d’origine o di fine singolarmente apparente. Esse non sono collegate ad una regione speciale della Luna, solo mancano interamente nelle regioni più scabre e rotte. Nelle fasi si mostrano soventi come righe oscure, poichè di solito vedesi nella cavità l’ombra di uno degli orli; nel plenilunio si vedono invece come linee sottili e lucenti. La tavola VII rappresenta alcune di queste righe oscure, quali, al sorgere del Sole, si distendono attraverso alla regione lunare Gassendi; la tavola IX rappresenta il canale Hyginus, quale fu disegnato da diversi osservatori e quale appare sotto diverse illuminazioni.

Si sono paragonate queste scanalature a fiumi, a canali artificiali, perfino a strade lunari. Il fatto che esse vanno indifferentemente per valli e per monti, evitando solo le regioni più scabre della Luna, l’assenza di punti determinati che ne segnino l’origine e il fine, il loro abito generale distruggono affatto l’idea che esse possano essere o fiumi o sistemi di correnti, che esse abbiano pure in un’epoca selenologica anteriore potuto formare il letto dei medesimi. Nè si può pensare seriamente a strade lunari, prima per la loro larghezza e disposizione, e poi perchè tale è un’idea figlia dell’antico errore, che vedeva nella Luna una copia della Terra. Molto probabilmente i canali lunari sono semplici squarciature della superficie, originate da contrazioni delle masse superficiali, così come noi vediamo avvenire in iscala molto minore sulla Terra nelle calde stagioni, quando per soverchia siccità il terreno si fende. Tali squarciature di superficie possono essere sul nostro satellite state prodotte dal forte raffreddamento a cui esso senza dubbio soggiacque, e per ciò appunto non sono fenomeni fuggevoli ma forme permanenti e immutabili della Luna, forme notevoli anche pel numero loro, di esse l’infaticabile Schmidt avendone notate più che mille.

11. La parte della Luna, che appare all’occhio più luminosa, è quasi senza eccezione aspra, disuguale, seminata di altissime eminenze, variamente aggruppate. Appaiono in generale addossate le une alle altre