Pagina:Celoria - Atlante Astronomico, 1890.djvu/90

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50 VI. — LE STELLE E LE NEBULOSE.

Le stelle si addensano nella Via lattea, sono rare verso i poli di essa (par. 18); nella direzione della Via lattea non riesciamo ancora a toccare il confine delle stelle esistenti, ci riesciamo nella direzione ad essa perpendicolare (par. presente). Ciò vuol dire, che noi, col Sole, apparteniamo ad un cumulo di stelle, il quale ha una dimensione relativamente limitata nella direzione perpendicolare alla Via lattea, e il quale nella direzione della Via stessa molto e molto si estende.

Nelle plaghe celesti che corrispondono ai poli della Via lattea, noi abbiamo scandagliato lo spazio assai oltre il confine del cumulo stellare a cui apparteniamo, e questo confine giace a nove volte circa la distanza delle ultime stelle visibili ad occhio nudo; nella direzione della Via lattea, il confine del nostro cumulo stellare ci rimane tuttora ignoto. Questo cumulo stellare ha quindi la forma di un grande disco larghissimo e sottile, o se vuolsi di una grande lente; noi, in esso immersi, proiettiamo necessariamente la più gran parte delle stelle in una stretta zona del cielo, Via lattea, determinata dal prolungamento all’infinito della maggior dimensione del disco o della lente, proiettiamo la minor parte delle stelle nelle regioni a destra e a sinistra di essa zona.

Se noi ci trovassimo nel piano centrale del cumulo stellare lenticolare a cui apparteniamo, noi vedremmo la Via lattea come un circolo massimo del cielo, come un circolo cioè che divide il cielo in due emisferi uguali. Questo non è; il Sole quindi, e noi con esso occupiamo una posizione eccentrica, siamo fuori del piano centrale, ma non molto fuori, poichè gran cosa diverse non sono le due calotte in cui la Via lattea divide il cielo.

Se noi ci trovassimo, oltreché nel piano centrale, nel centro del nostro cumulo stellare, noi vedremmo di uguale o di poco diverso splendore le regioni celesti collocate simmetricamente rispetto alla posizione nostra, e pressoché ugualmente splendenti vedremmo le regioni della Via lattea, che cadono o nel piano centrale, o in un piano ad esso parallelo. Questo non essendo, vuol dire che noi non solo siamo fuori del piano centrale del cumulo stellare lenticolare a cui apparteniamo, ma che il posto da noi occupato, ove su questo piano si proiettasse, cadrebbe fuori del centro del cumulo; noi siamo immersi in questo cumulo stellare, e il Sole giace da una parte del piano centrale di esso, verso le costellazioni del Toro e di Orione, così come lo indica la figura intitolata Sistema delle fisse componenti la Via lattea, nella tavola XIV-XV.

20. L’emisfero australe del cielo è ricco di stelle brillanti. Ad esso appartengono già le nostre splendide costellazioni di Orione e del Cane maggiore, le quali con Canopo e le altre stelle di Argo, colle costellazioni della Croce del Sud, del Centauro, dello Scorpione, del Sagittario formano una striscia non interrotta di stelle lucide, e devono produrre quell’impressione vaga e viva, di cui son piene le de-

scrizioni scritte alla vista del cielo australe. Due altre cose devono però contribuire ad una tal impressione, e sono le nubi di Magellano, e i sacchi di carbone i quali non hanno riscontro in tutto il cielo.

Attorno al posto australe si aggirano, portate dal moto diurno apparente della sfera celeste, e a diversa distanza da esso, due macchie isolate, solitarie, bianche, luminose, di apparenza analoga alle parti più splendide della Via lattea. Sono le nubi ora dette di Magellano, ma che altri prima di lui avevano rimarcate, e con diversi nomi, fra gli altri con quello di nubi del Capo, designate. Amendue sono visibili ad occhio nudo; di esse, la più piccola copre 10 gradi quadrati ed è abbozzata nella nostra tavola XXXVIII-XXXIX fra le costellazioni di Tucana e di Idro, la più grande, nella costellazione della Mensa (tavola stessa), misura 42 gradi quadrati, estensione pari a quella di alcune costellazioni. Non si attaccano fra di loro nè colla Via lattea per alcuna nebulosità percettibile; la minore è situata in una specie di deserto stellare; lo spazio occupato dalla maggiore è meno completamente vuoto di stelle; producono all’occhio nudo la stessa impressione che produrrebbero due porzioni staccate ed ugualmente ampie della Via lattea; nel plenilunio, la minore scompare affatto, la maggiore, riprodotta nella tavola XXXVI quale appare ad occhio nudo, perde solo parte considerevole del suo splendore.

Di contro alle nubi di Magellano, e chiuse all’ingiro dalla Via lattea assai splendente fanno strano contrasto due macchie che appaiono d’un nero cupo, che ebbero dai marinai il nome di sacchi di carbone, e che già sulla fine del secolo decimoquinto attrassero l’attenzione degli osservatori. L’uno dei sacchi è attiguo alla Croce del Sud, l’altro è nella costellazione del Compasso; quello nella Croce del Sud (tavola XXXVI) è il più imponente; misura apparentemente 8 gradi in lunghezza, 5 in larghezza, e in così vasto spazio incontrasi una sola stella visibile ad occhio nudo, sebbene ve ne sieno molte di telescopiche. Si suppone, che l’assenza di stelle e il contrasto della splendente Via lattea all’ingiro sieno le cause, per cui questa plaga di cielo par tanto oscura.

21. Vi sono in cielo piccoli gruppi di stelle, che già all’occhio nudo rivelano la loro costituzione. Vicino alla stella η del Toro sta, ad esempio, il gruppo delle Pleiadi, il quale occupa apparentemente uno spazio minore di quello coperto dal disco lunare, e nel quale già l’occhio nudo distingue 7 stelle lucide.

Vicino ad Aldebaran, α del Toro, sta il gruppo delle Iadi, di cui alcune stelle distinguonsi esse pure già ad occhio nudo. In questi gruppi o cumuli di stelle i cannocchiali riescono a vedere stelle numerosissime, e nelle Pleiadi, le stelle, visibili attraverso ad un gran cannocchiale, (tav. XXXI) salgono a più che 100.

Vi sono in cielo cumuli di stelle così strettamente aggruppate le une alle altre, che all’occhio nudo appaiono come nubi bianche e luminose, e cui mediocri cannocchiali risolvono distintamente nelle singole