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380 Chi l’ha detto? [1162-1163]


biondo e ardito giovinotto. — Ed ecco qua il mio Giorgio, seguitò il padre affettuoso, che spera sempre e canta. — » Vedasi anche l’opuscolo di C. Lozzi, La «Marsigliese» degli Italiani e la «Marcia Reale» (Milano, 1896).

Qui cade in acconcio di ricordare che il tricolore ebbe origine nel 1797, a Reggio d’Emilia, per atto dei rappresentanti delle città Emiliane, ivi radunati a congresso, i quali il 9 gennaio deliberarono che la bandiera bianca, rossa e verde che era già quella della guardia urbana milanese, risorta nel 1796 col nome di Legione Lombarda dall’oblio in che era stata tenuta da secoli, fosse sollevata come insegna di nazionalità nei luoghi e nelle circostanze in cui occorresse alla nazione di essere rappresentata da quel suo simbolo. Dalla Federazione Cispadana costituita a Reggio, la nuova bandiera passò alla Repubblica Cispadana, poi alla Cisalpina, quindi alla Repubblica Italiana, e da ultimo al Regno Italico. Cadde con Napoleone e risorse nell’Italia Centrale con la rivoluzione del 1831: e da quel tempo ricomparve in tutti i nostri moti popolari come vessillo rivoluzionario fino a che nella prima guerra dell’indipendenza, fu consegnata da Carlo Alberto all’esercito liberatore col proclama che riporteremo più avanti, al n. 1177. Ved. anche: Fiorini e Butturini, Chi inventò la bandiera tricolore (Salò, 1897).

Possiamo mettere a contrasto di queste parole d’amore e di fede per il tricolore nazionale, una terzina del Berchet sulla bandiera dell’odiato Austriaco:

1162.        Il giallo ed il nero
          Colori esecrabili
          A un italo cor.

(Matilde, romanza).

Ecco il toscano Giusti che in un momento di nobilissima fierezza patriottica si volge a Gino Capponi, ricordando:

1163.        Gino, eravamo grandi,
          E là non eran nati.

(La terra dei morti, str. 12).

mentre in altra poesia, indignato dalle miserie dell’ora presente, rimbrotta la patria chiamandola: