Pagina:Chiarini - Vita di Giacomo Leopardi.djvu/166

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132 capitolo vii.

torno a quelle letture appare ch’ei mantenne sempre pienissima l’indipendenza della sua mente. Uno degli scrittori più spesso citati nel 1819 è la Stàel, a proposito della quale confessa che non credè di essere filosofo finchè non ebbe letto alcune opere di lei. Dal Rousseau accettò l’opinione che gli uomini, creati dalla natura per essere buoni e felici, fossero stati corrotti dalla civiltà.

In questo primo periodo della trasformazione della sua coscienza il Leopardi non ha fatto e non fa che eseguire ciò che, quasi incosciamente, aveva annunziato nel Saggio sopra gli errori popolari. Fino allora egli, in fatto di religione, aveva creduto le cose che gli erano state insegnate, che aveva sentite dire: ora comincia ad esaminarle.

Il sentimento che ora lo occupa è la infelicità certa del mondo: da esso rampollano tutti i suoi pensieri, intorno ad esso si aggirano tutte le sue riflessioni; ma questi pensieri e queste riflessioni non iscuotono ancora la sua fede religiosa: egli perciò si studia di metterle d’accordo con le dottrine del Cristianesimo. Se qualche volta gli sorge in mente qualche osservazione contro il Cristianesimo egli cerca di attenuarne la portata.

Dalla infelicità degli uomini trae argomenti in favore della immortalità dell’anima e della esistenza di una vita oltremondana. «Tutto è o può essere contento di sé, eccetto l’uomo, il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella delle altro cose.» 1 Il qual pensiero è a breve distanza di tempo allargato in quest’altro. «L’infelicità nostra è una prova della nostra immortalità, considerandola per questo verso, che i bruti e in certo modo tutti gli esseri della natura possono essere felici e sono, noi soli non siamo né possiamo.

  1. Pensieri di varia filosofia ec., vol. I, pag. 110.