Pagina:Chiarini - Vita di Giacomo Leopardi.djvu/168

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134 capitolo vii.


Insieme al sentimento della infelicità necessaria di tutti i viventi, un altro sentimento lo crucciava, non meno doloroso, il sentimento della nullità delle cose. Ed egli anche in questo cerca (chi lo crederebbe?) argomenti in favore di ciò che la filosofia religiosa insegna circa la spiritualità dell’anima. «Come potrà essere, scrive, che la materia senta e si dolga e si disperi della sua propria nullità? E questo certo e profondo sentimento, massime nelle anime grandi, della vanità e insufficienza di tutte le cose che si misurano coi sensi, sentimento non di solo raziocinio ma vero, e per modo di dire, sensibilissimo sentimento e dolorosissimo, come non dovrà essere una prova materiale, che quella sostanza che lo concepisce e lo sperimenta è di un’altra natura? Perchè il sentire la nullità di tutte le cose sensibili e materiali suppone essenzialmente una facoltà di sentire e comprendere oggetti di natura diversa e contraria; ora questa facoltà come potrà essere nella materia?»1

Queste considerazioni, ed i tentativi che con esso fa di tenersi afferrato, quasi per un sottilissimo filo, alle dottrine del Cristianesimo e alla speranza di una vita futura, non valgono ad alleggerirgli il peso di quel terribile pensiero del nulla, che preme come un incubo sulla sua mente. Specie sulla fine del tristo anno 1819 questo pensiero del nulla non gli dà tregua. «Oh infinita vanità del vero!»2 esclama in un luogo dello Zibaldone quasi preludendo al notissimo verso: «E l’infinita vanità del tutto.» Un’altra volta scrive: «Io era spaventato nel trovarmi in mezzo al nulla, un nulla io medesimo. Io mi sentiva come soffocare, considerando e sentendo che tutto è nulla, solido nulla.»3 E un’altra: «Pare un assurdo, e puro è


  1. Pensieri di varia filosofia ec., vol. I, pag. 217, 218.
  2. Idem, pag. 181.
  3. Idem, pag. 195.