Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/100

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56 i n f e r n o

112Venni qua giù del mio beato scanno,
     Fidandomi del tuo parlare onesto,
     Ch’onora te, e quei ch’udito l’ànno.
115Poscia che m’ebbe ragionato questo,
     Li occhi lucenti, lagrimando, volse:
     Perchè mi fece del venir più presto:
118E venni a te così, com’ella volse:
     Dinanzi a quella fiera ti levai,
     Che del bel monte il corto andar ti tolse.
121Dunque che è? perchè, perchè, ristai?
     Perchè tanta viltà nel core allette?1
     Perchè ardire e franchezza non ài,
124Poscia che tai tre Donne benedette
     Curan di te nella corte del Cielo,
     E il mio parlar tanto ben t’impromette?
127Quali i fioretti, dal notturno gielo
     Chinati e chiusi, poi che il sol l’imbianca,
     Si drizzan tutti aperti in loro stelo;
130Tal mi fec’io di mia virtute stanca,
     E tanto buon ardir al cor mi corse,
     Ch’io cominciai, come persona franca:
133O pietosa colei, che mi soccorse,
     E tu cortese, ch’ubbidisti tosto
     Alle vere parole che ti porse!
136Tu m’ài con desiderio il cor disposto
     Sì al venir, con le parole tue,
     Ch’io son tornato nel primo proposto.

  1. v. 122. allette, alletti. In sul nascere del nostro idioma fu tentato di acconciare tutti i verbi ad una sola coniugazione, e finire le persone singolari in eguale maniera, preso a modello la seconda de’ Latini; quindi ame, crede, sente ec. E.