Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/364

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320 i n f e r n o

103Io viddi gente sotto infìno al ciglio,
      E il gran Centauro disse: Ei son tiranni,
      Che dier nel sangue, e nell’aver di piglio.
106Quivi si piangon li spietati danni:
      Quivi è Alessandro e Dionisio fero,
      Che fe Sicilia aver dolorosi anni.
109E quella fronte, che à il pel così nero,
      È Azzolino; e quell’altro, che è biondo,
      È Opizzo da Esti, il qual per vero
112Fu spento dal figliastro su nel mondo.
      Allor mi volsi al Poeta; e quei disse:
      Questi ti sia or primo, et io secondo.
115Poco più oltre il Centauro s’affisse
      Sopr’una gente, che infino alla gola
      Parea che di quel bulicame uscisse.1
118Mostrocci un'ombra da un canto sola,
      Dicendo: Colei fesse in grembo a Dio2
      Lo cuor, che in su Tamisi ancor si cola.34
121Poi vid’io gente, che di fuor dal rio
      Tenea la testa, et ancor tutto il casso;
      E di costoro assai riconobb'io.
124Così a più a più si facea basso
      Quel sangue sì, che cocea pur li piedi;5
      E quivi fu del fosso il nostro passo.
127Sì come tu da questa parte vedi
      Lo bulicame, che sempre si scema,
      Disse il Centauro, voglio che tu credi,6

  1. v. 117. C. M. Parea di quello bulicame
  2. v. 119. Colui fesse
  3. v. 120. C. M. Tamisio
  4. v. 120. si cola; si cole, s’onora. Gli antichi acconciarono diversi verbi a diverse coniugazioni. E.
  5. v. 125. copria pur li piedi;
  6. v. 129. tu credi. Finito in e il presente congiuntivo della prima, per uniformità di desinenza, tale fu quello delle altre coniugazioni, e si ebbe tu ami, tu credi, tu vadi, ec. E.