Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/37

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di  francesco  da  buti xxxiii

della nostra vita, deono sfolgoreggiare. Usavansi per le scuole d'Italia i precetti che Donato nel quarto secolo, e Prisciano nel sesto ne aveano lasciato, i quali dal nostro dottore butese rinvenuti non a bastanza opportuni all'apprendimento dell'idioma latino, furono per lui compilate le Regulae Grammaticales, a cui vennero eziandio aggiunte delle osservazioni, affine di meglio imparare la purità ed eleganza nel comporre, e sembra che in questo medesimo tema divulgasse un trattatello circa Verba et Adverbia. Che se con ciò per certa guisa avea supplito a un difetto delle scuole, al desiderio, che egli quale valente retore nudriva dentro da sè, avea pienamente soddisfatto? Ma l'arte che alcuni domandano Umanità (nè tale nominazione dovrebbe disgradarne: avvegna che dal conversare in iscritto o a voce si pare o no l'uom compìto e la gentile persona) a quali norme veniva ella raccomandata? I libretti dei prof. Boncompagno fiorentino e Giovanni Bonandrei bolognese intorno allo stile epistolare non si reputavano bastanti all'uopo; laonde il Buti dettò anche su questo un trattato, ragionando dell'Epistole e adducendone degli esempi, acciocchè dalla teorica scompagnata non andasse la pratica. Se noi giudichiamo di codesti lavori, fatta ragione dei tempi che non molto prosperi correvano alle amene discipline, per poco non affermeremo che esso, il Da Buti, ebbe fornito il suo compito di retore degnissimo, e tanto più che in questo mezzo accudiva sempre alle cittadinesche faccende. L'uomo che, sentendo le sue facoltà capaci di maggiori imprese, attiensi a quanto puramente il suo ufficio gl'impone, dimostra in sè bassezza ed infingardaggine. Un animo generoso disdegna di rimanere confuso tra la schiera dei volgari, e continuamente desidera gli si offera il destro di sollevarsene e quasi locarsi come astro, al quale altri si rivolga nell'attuare i propri concetti e si rassecuri per non fallire al porto della gloria. A codesta savia operosità si riferisce il conoscere Iddio e sè stesso; cioè la dignità dell'uomo e il debito congiunto a tale stupenda creazione.
     Il publico Studio di Pisa, istituito nel 1339, diveniva di giorno in giorno più rinomato, ed affinchè dalla opinione la realtà non discordasse, il consiglio il quale ne lo dirigeva, ad esempio delle città di Firenze e Bologna stabilisce che vi si legga publicamente il Poema di Dante Allighieri. Leggere i padri nostri chiamavano l'in-