Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/392

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348 i n f e r n o

127In quel, che s’appiattò, miser li denti,
      E quel dilaceraro a brano a brano,1
      Poi sen portar quelle membra dolenti.
130Presemi allor la mia scorta per mano,
      E menommi al cespuglio, che piangea,
      Per le rotture sanguinenti, invano.
133O Giacomo, dicea, da Sant’Andrea,2
      Che t’è giovato di me fare schermo?
      Che colpa ò io della tua vita rea?
136Quando il Maestro fu sovr’esso fermo,
      Disse: Chi fosti, che per tante punte3
      Soffi con sangue doloroso sermo?
139E quelli a noi: O anime, che giunte
      Siete a veder lo strazio disonesto,
      Che à le mie fronde sì da me disgiunte,
142Raccoglietele a piè del tristo cesto:
      Io fui della città, che nel Battista
      Mutò il primo padrone; ond’ei per questo
145Sempre con l’arte sua la farà trista:
      E se non fosse, che in sul passo d’Arno
      Rimane ancor di lui alcuna vista,
148Quei cittadin, che poi la rifondarno
      Sopra il cener, che d’Attila rimase,
      Avrebber fatto lavorare indarno.
151Io fe’ giubetto a me delle mie case.4

  1. v. 128. C. M. dilacerato
  2. v. 133. C. M. O Iacopo,
  3. v. 137. C. M. Chi fusti,
  4. v. 151. giubbetto