Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/409

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   [v. 130-138] c o m m e n t o 365

intendere, che finge 1 l’autore che fossono dimoni posti a tormento di questi peccatori; ma allegoricamente intendendo di quelli del mondo, si dee intendere che queste cagne sono le necessita e le fami 2 che perseguitano questi violenti le quali finge cani: imperò che è brutto animale, e così le fami e necessitadi rendono l’uomo brutto; sono nere: imperò che disfanno 3 l’uomo e rendonlo scuro; sono bramose, perchè fanno l’uomo bramoso: sono correnti, perchè molto tosto vengono all’uomo; stracciano a membro a membro colui che giungono, in quanto in vari pensieri tirano l’animo suo; e le membra dolenti se ne portano, perchè tirano a sè l’animo diviso, secondo le varie necessitadi in vari pensieri, o vero che ogni sua lode particolarmente guastano. Come veltri che uscisser di catena. Qui fa una similitudine che così erano correnti, come veltri scatenati: quando lo cane è stato in catena è più corrente, che quando non v’è stato. In quel, che s’appiattò, miser li denti; questo fu Giacomo da Sant’Andrea, padovano violento o distruggitore delle sue cose, che s’era appiattato nel pruno di Rucco de’ Mozzi, E quel dilaceravo a brano a brano; cioè a membro a membro, o a pezzo a pezzo, Poi sen portar quelle membra dolenti; così stracciate che si doleano per la pena.

C. XIII — v. 130-138. In questi tre ternari finge l’autor che Virgilio lo menasse al cespuglio, ove sera appiattato quello stracciato, e domandollo chi elli era acciò che Dante n’avesse conoscenza, dicendo così: Presemi allor; quando quelle cagne stracciarono 4 colui, che s’appiattò nel cespuglio, la mia scorta; cioè Virgilio, per mano, E menommi al cespuglio; ove s’era appiattato lo stracciato, che piangea; per lo dolore ch’avea delle foglie, che gli erano strappate e sparte, Per le rotture sanguinenti; cioè lo pianto usciva delle rotture che aveano fatto le cagne, onde usciva il sangue. invano si può rendere al piangea, et intendesi che quel pianto non giovava nulla; e puossi rendere al dicea che seguita poi: imperò che invano parlava, poi che la persona a cui parlava non era presente. Dicea questo cespuglio per le sue rotture: O Giacomo, da Sant’Andrea; questi fu quel padovano del quale fu detto di sopra, che s’appiattò in esso, Che t’è giovato di me fare schermo; cioè riparo e difensione? Quasi dica: Nulla. Che colpa ò io della tua vita rea? Quasi dica: Nulla. Quanto all’allegoria s’intende: Che prò t’è stato a sempre avermi diffamato, dicendo: Ancor e’ fece peggio di me Rucco de’ Mozzi? Io non ce n’ebbi colpa del tuo mal fare. Quanto alla lettera è verisimile fizione. Quando il Maestro; cioè Virgilio, fu sovr’esso fermo; cioè sopra colui che piangea, Disse: Chi

  1. C. M. fingesse l’autore
  2. C. M. le necessitadi e le infamie che....finge cagne: imperò che cane è bruto animale, e così le infamie e le necessitadi
  3. C. M. disfamano l’omo
  4. staccionno così colui,