Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/414

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370 i n f e r n o

46Chi è quel grande, che non par che curi
      Lo incendio, e giace dispettoso e torto
      Sì, che la pioggia non par che il maturi?
49E quel medesmo, che si fu accorto,
      Ch’io domandava il mio Duca di lui,
      Gridò: Qual io fu’ vivo, tal son morto.1
52Se Giove stanchi il suo fabbro, da cui
      Crucciato prese la folgore acuta,
      Onde l’ultimo di’ percosso fui;
55E s’elli stanchi li altri a muta a muta
      In Mongibello alla fucina negra,
      Chiamando: Buon Vulcano, aiuta, aiuta,
58Sì com’el fece alla pugna di Flegra,
      E me saetti con tutta sua forza,
      Non ne potrebbe aver vendetta allegra.
61Allora il Duca mio parlò di forza
      Tanto, ch’io non l’avea sì forte udito:
      O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
64La tua superbia, se’ tu più punito:2
      Nullo martirio, fuor che la tua rabbia,3
      Sarebbe al tuo furor dolor compito.
67Poi si rivolse a me con miglior labbia,
      Dicendo: Quel fu l’un de’ sette regi,
      Ch’assediar Tebe, et ebbe, e par ch’elli abbia,4
70Dio in disdegno, e poco par che il pregi;
      Ma, come io dissi a lui, li suoi dispetti
      Sono al suo petto assai debiti fregi.
73Or mi vien dietro, e guarda che non metti
      Ancor li piedi nella rena arsiccia;
      Ma sempre al bosco li ritieni stretti.5

  1. v. 51. C. M. Qual fu’io vivo,
  2. v. 64. se’ tu ben punito:
  3. v. 65. C. M. martiro,
  4. v. 69. C. M. Ch’assiser Tebe,
  5. v. 75. C. M. al bosco tien li piedi stretti.