Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/606

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562 i n f e r n o

49Mia madre a servo d’un signor mi pose:
      Che m’avea generato d’un ribaldo1
      Distruggitor di sè, e di sue cose.
52Poi fui famiglio del buon re Tebaldo:
      Quivi mi misi a far baratteria,
      Di che io rendo ragione in questo caldo.
55E Ciriatto, a cui di bocca uscia
      D’ogni parte una sanna, come a porco,
      Gli fe sentir come l’una sdrucia.
58Tra male gatte era venuto il sorco;2
      Ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
      E disse: State in là, mentr’io lo inforco.
61Et al Maestro mio volse la faccia:
      Domandal, disse, ancor, se più disii
      Saper da lui, prima ch’altri il disfaccia.
64Lo Duca dunque: Or dì, delli altri rii
      Conosci tu alcun, che sia Latino3
      Sotto la pece? E quelli: Io mi partii,
67Poco è, da un che fu di là vicino:
      Così foss’io con lui ancor coperto,4
      Che io non temerei unghia, nè uncino.
70E Libicocco: Troppo avem sofferto,
      Disse, e preseli il braccio col ronciglio,
      Sì che, stracciando, ne portò un lacerto.5
73Draghignazzo anche i volle dar di piglio6
      Giuso alle gambe; onde il decurio loro
      Si volse intorno intorno con mal piglio.

  1. v. 50. C. M. m’avea ingenerato
  2. v. 58. Sorco; sorcio. La solita fognatura dell’i. E.
  3. v. 65. Latino; secondo che dimostrò Carlo Troya, vale uomo d’Italia, non uscito del sangue lombardo; ma sì del romano, come appunto era l’Allighieri che veniva da Eliseo Frangipani di Roma. E.
  4. v. 68. C. M. io ancor con lui coperto,
  5. v. 72. C. M. stracciando, portonne un lacerto.
  6. v. 73. C. M. ancor volle