Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/689

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[v. 34-45] c o m m e n t o 645

done alcuna, s’avvide che il sasso grandissimo, ch’era coperchio di questa spilonca, era spiccato e pendea in verso Io Tevero, onde lo sospinse con gran forza e cacciollo a terra, e andò rovinando lo sasso in fino al Tevere. E scoperta la spilonca, montò Ercole su di sopra e gittava de’sassi a Cacco; ma Cacco gittava fumo con la bocca sì, che Ercole non lo potea vedere. Et appostato quella parte ov’era maggior lo fumo e più facea onda, gittossi Ercole nella spilonca e nella oscurità, et andando tastando lo trovò; et afferratoli la gola lo strinse sì forte, che li fece schizzare li occhi della testa, e poi lo bastonò con la sua grande mazza d’infiniti colpi tanto, che l’uccise. E cessato lo fummo, l’aperse la spilonca e trassene fuori Cacco per li piedi e rimenò le sue bestie all’armento, e questo fu grande piacere al re Evandro; e però ogni anno ne facea la festa, e così facea allora, quando Enea andò a lui, secondo che finge Virgilio; e però dice il testo: Lo mio Maestro; cioè Virgilio, disse: Quelli è Caco; dimostrando lo Centauro detto di sopra, Che sotto il sasso di monte Aventino; ov’era la spilonca, Di sangue fece spesse volte laco; e per questo mostra la grande uccisione ch’aveva fatto. Non va co’ suoi fratei; cioè con li altri Centauri, i quali à finto di sopra cap. xiii essere coi violenti, per un cammino; perchè coloro sono nel settimo cerchio de’ violenti, e questo e nel nono nella bolgia de’ furi, Per lo furar; delle vacche e de’ tori d’Ercole, fraudulente che fece; cioè di notte tirandoli per la coda, perchè non si vedessono le pedate, in verso la spilonca, Del grande armento; che fu d’Ercole, et era stato del re Gerione, ch’elli ebbe a vicino; cioè che li fu prossimano 1, quando Ercole albergò col re Evandro, Onde cessaro; cioè per questo furto che fu scoperto, le sue opere biece; cioè scelerate e ree, Sotto la mazza d’Ercole; che l’uccise, bastonandolo con essa, che forse Gliene diè cento; delle bastonate per la grande ira ch’avea contra lui, e non sentì le diece: imperò che morì, inanzi che sentisse 2 la decima bastonata.

C. XXV — v. 34-45. In questi quattro ternari lo nostro autor finge che il Centauro, del quale disse di sopra, trapassasse e che venissono tre spiriti, nominando alcuno de’ compagni; et incomincia a trattar della seconda spezie de’ furi, e delle lor pene, dicendo: Mentre che sì parlava; cioè Virgilio, dicendo di Cacco, et el; cioè Cacco, trascorse; cioè passò oltre et uscì della fantasia dell’autore, ch’avea detto di lui quello che volea, E tre spiriti; chi fossono questi si dirà di sotto, vennor sotto noi; andando per la bolgia, come detto fu di sopra, che noi eravamo in su la ripa, De’ quai nè io; cioè Dante, nè il Duca mio; cioè Virgilio, s’accorse; e questo finge, perchè non

  1. Prossimano; in antico, ed al presente si dice meglio prossimo, vicino. E.
  2. C. M. che ricevesse la decima