Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/720

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676 i n f e r n o   xxvi. [v. 55-63]

mani il gentil seme; qui dice come Ulisse e Diomede portano insieme pena del mal consiglio che dierono a’ Greci, che prendessono Troia col consiglio del cavallo, o vero d’inganno; lo quale cavallo finsono fatto in onore di Pallade dea della sapienzia, perchè l’aveano offesa pigliando lo suo Palladio, come si dirà di sotto; lo quale cavallo empierono dentro d’uomini armati, e fu sì grande che convenne che si rompessono le mura di Troia, per metterlo dentro: la storia è tanta 1 manifesta che però la lascio. Aggiugne che n’uscirono per quella porta, onde entrò il cavallo, quelli Troiani che vennono in Italia poi con Enea, de’ quali discesono Romolo e Remolo 2, li quali edificarono Roma. Piangevisi entro; cioè in quella fiamma, l’arte; cioè la fraude che usarono a conoscere Achille, quando era appiattato in abito feminile tra le figliuole di Licomede, re di Schiro, con le quali stando, s’innamorò con la maggiore ch’ebbe nome Deidamia, et ingravidolla e nacquene Pirro innanzi che si partisse da lei. E costretto da costoro con inganni e con fraudilenti consigli, ingannato lasciò Deidamia col figliuolo et andò all’assedio 3 di Troia, ove elli innamorato di Polissena ligliuola del re Priamo fu morto, sì che mai non ritornò a Deidamia. Il modo come lo riconobbono, dice Stazio nell’Achilleide, e di sopra è posto nel quinto canto, e similmente come fu morto, e però si ritruovi qui da chi lo vuole sapere. Dice: per che morta Deidamia; cioè per la quale arte Deidamia morta, ancor si duol d’Achille; questo dice, perchè in vita si dolse d’esser lasciata da Achille, e così se ne duole ora che è morta; e questa è sentenzia di Virgilio nel sesto, ove dice: Curae non ipsa in morte relinquunt, e però finge che questo dica Virgilio. E del Palladio pena vi si porta; cioè dentro a quella fiamma: lo Palladio fu una statua di Pallade, ch’era la dea della sapienzia; la quale statua era nella rocca di Troia nel tempio di Pallade: però che tutte le rocche si consecravano a Pallade, et era scritto di sotto a questa statua: Beata civitas, in qua est imago haec, quia non poterit capi, nec igne cremori, donec ibi fuerit; cioè beata quella città, nella quale è questa imagine: però che quella città non potea essere presa, nè arsa per fuoco, mentre che quella statua stava quivi salva. Onde Ulisse, avendo spiato questo e Diomede, andarono furtivamente una notte nella detta rocca, et uccisono le guardie, e portarono via il Palladio; la quale cosa la dea Pallade ebbe forte a male et in desdegno, secondo che pone Virgilio, nella sua Eneida, ove dice: Fatale aggressi sacrato avellere tempio Palladium, cœsis summœ cu-

  1. Ne’ Classici nostri si truova sovente l’avverbio di quantità cambiato in articolo correlativo, e così odesi continuamente nella bocca del popolo toscano il quale dice: Questa è una figliuola tanta buona, che tutti le voglion bene. E.
  2. C. M. Remo
  3. C. M. alla battaglia di