Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/732

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688 i n f e r n o

49La città di Lamone e di Santerno1
      Conduce il leoncel del nido bianco,
      Che muta parte dalla state al verno:
52E quella, a cui il Savio bagna il fianco,
      Così com’ella siè tra il piano e il monte,2
      Tra i tiranni si vive in stato franco.3
55Ora chi se’ ti priego che ne conte:
      Non esser duro più, ch’altri sia stato,
      Se il nome tuo nel mondo tegna fronte.
58Poscia che il fuoco alquanto ebbe rugghiato
      Al modo suo, l’acuta punta mosse
      Di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
61S’io credessi, che mia risposta fosse
      A persona, che mai tornasse al mondo,
      Questa fiamma staria sanza più scosse;
64Ma però che già mai di questo fondo4
      Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
      Sanza tema d’infamia io ti rispondo.
67Io fui uom d’arme, e poi fu’ cordelliero,
      Credendomi sì cinto fare ammenda:
      E certo il creder mio veniva intero,
70Se non fosse il gran Prete, a cui mal prenda,
      Che mi rimise nelle prime colpe;
      E come e quare voglio che m’intenda.
73Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe,
      Che la madre mi diè, l’opere mie
      Non furon leonine; ma di volpe.

  1. v. 49. C. M. La terra di Lamone
  2. v. 53. Siè; siede, proviene dal verbo sere, frammessovi l’i, come in diè, siedo, stiè per dè, sedo, stè ec. E.
  3. v. 54. Tra tirannia si vive e stato franco.
  4. v. 64. C. M. S’io credesse, che mai risposto fosse