Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/147

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   [v. 19-33] c o m m e n t o 135

cotali si chiamano stolti voti: quando si fanno contro li buoni, e se nelle cose viziose si fanno si chiamano voti, e non si denno osservare; et intorno a la materia, s’ella è cosa che Iddio accetti: imperò che Iddio non accetta se non le cose virtuose; ma niente di meno non dè alcuno che faccia voto essere sciolto, se non con autorità del pastore della Chiesa: imperò che, obbligato non si può disobligare, se non osservando la promessa o per autorità de l’iudice avente di ciò autorità, come sono li pastori della Chiesa, vicari d’Iddio, li quali possano liberare da li stolti voti e viziosi, come sono li detti di sopra; o quando per la materia promessa si lassasse o impedisse maggior bene, sì come da cosa che Iddio non à accettata. E però se l’omo rompe tali stolti voti altremente che con licenzia, pecca; e quando la materia fusse cosa di peccato proibita da Dio, più tosto si dè rompere lo voto che osservarlo: imperò che dice e parla l’autore in questa forma che seguita, fingendo che parli Beatrice.

C. V— v. 19-33. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come Beatrice continuò lo suo parlare, volendo solvere lo dubbio proposto di sopra dicendo: Lo maggior don; dono cioè, che Dio per sua largezza Fesse creando; cioè facesse quando creò l’omo per sua liberalità e cortesia: imperò che non n’era tenuto, se non quanto voleva, e alla sua bontate; cioè di Dio, che è sommo bene, Più conformato; cioè più correspondente, e quel che più apprezza; cioè Iddio, Fu della voluntà la libertate; cioè lo libero arbitrio, che non è altro che la voluntà libera, Di che; cioè della quale libertà, le creature intelligenti; cioè li agnoli e li omini, E tutte e sole furo e son dotate; cioè adornate: dote 1 è ornamento, e però dotare è adornare. Iddio diede per adornamento a tutti li agnoli et a tutti li omini la libertà dello arbitrio, et a nulla altra spezie di creature la diede se non a queste due; et in queste due creature, benchè al principio fusse data parimente, ora è disegualmente: imperò che ne li agnoli è confermata questa libertà: imperò che non possono più cadere: imperò che sono coufirmati in grazia; ma li omini possano cadere e possano risurgere sì, che bastasse a vita eterna. E sopra questa parte è da considerare quelle tre cose, che l’autore dice della libertà dell’arbitrio; cioè lo primo, che è lo maggior dono che Iddio facesse in tutta la creatura; lo secondo, che è più conforme alla sua bontate; lo terzio, che è quello dono che Iddio più appregia. Quanto al primo è manifesto che lo libero arbitrio è lo maggior dono che Iddio facesse nella creatura: imperò che lo libero arbitrio presuppone ragione e voluntà; ragione in quanto si dice

  1. C. M. dote è pregio che si dà dalla mollie al marito, perchè la possa ornare et ornata mantenere, e però