Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/233

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c a n t o   vii. 221   

49Non ti dè oramai parer più forte,
     Quando si dice che iusta vendetta
     Possa vengiata fu per iusta corte.1
52Ma io veggio or la tua mente ristretta
     Di pensier in pensier dentro ad un nodo,
     Del qual con gran disio solver s’aspetta.
55Tu dici: Ben discerno ciò ch’ io odo;
     Ma perchè Dio volesse, m’ è occulto,
     A nostra redenzion pur questo modo.
58Questo decreto, frate, sta sepulto
     Alli occhi di ciascun, il cui ingegno
     Nella fiamma d’ amor non è adulto.
61Veramente: però ch’ a questo segno
     Molto si mira e poco si discerne,2
     Dirò perchè tal modo fu più degno.
64La Divina Bontà che da sè sperne
     Ogni livore, ardendo in sè sfavilla
     Sì, ch’ e’ dispiega le bellezze eterne.
67Ciò che da lei senza mezzo distilla
     Non à poi fine, perchè non si move
     La sua impronta quand’ ella sigilla.
70Ciò che da essa senza mezzo piove3
     Libero è tutto, perchè non soiace4
     A la vertute delle cose nove.
73Più li è conforme, e però più li piace:5
     Chè ’l Ardor Santo ch’ogni cosa raggia,
     Ne la più simigliante è più vivace.
76Di tutte queste cose s’ avvantaggia
     L’umana creatura, e s’una manca6
     Da sua nobilità convien che caggia.

  1. v. 51. C.A. Poscia vengiata fu da giusta
  2. v. 62. C.A. si dicerne,
  3. v. 70 C.A. da esso
  4. v. 71. C.A. soggiace
  5. v. 73. C. A. le ... le
  6. v.77. C.A. e se una