Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/272

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però dallo intendere Iddio: imperò che in qualunqua esercizio siano gli angeli, sempre intendono col loro intelletto Iddio, e con loro, dice lo spirito che parla, ch’elli si muoveno: imperò che li beati tornano alla natura angelica. E siam; cioè noi beati spiriti, sì pien d’amor; cioè della carità d’iddio e del prossimo, la quale procede dalla influenzia di quel pianeto, a la quale si dà l’anima umana quando la grazia d’iddio spira, che la voluntà s’applichi ad essa, et in questo applicare sta lo nostro merito, che per piacerti; cioè a te Dante, Non fia men dolce; cioè non sarà meno dolce a noi, che sia lo girare, un poco di quiete; cioè uno poco di riposo e cessamento dal girare per uno poco: tanto è dolce la carità del prossimo, che contenta l’anima che ama lo prossimo in Dio: imperò che la intenzione è sempre a Dio. Possa che gli occhi miei; ecco che, udito la proferta di quello beato spirito, Dante prese licenzia da Beatrice; e però dice: Possa che la ragione mia e lo intelletto, si furo offerti A la mia donna; cioè a Beatrice, riverenti; cioè con atto di riverenzia, et essa; cioè Beatrice, Fatti li avea; cioè li suoi occhi, dice l’autore, di sè; cioè di Beatrice, contenti e certi; cioè che la sua ragione et intelletto comprese che era contentamento di Beatrice che parlasse con quello spirito, Rivolsersi; cioè li miei occhi rivolseno sè, a la luce; cioè a quella beata anima, che promessa Tanto s’avea; cioè a me Dante, come appare di sopra. Questo allegoricamente dimostra che la ragione e lo intelletto di Dante considerasse se era conveniente, secondo la santa Scriltura, ch’elli ponesse questo spirito tra beati; e, poi che ebbe considerato che sì, fingesse che parlasse con lui; e dice che parlò in questa forma, dimandando chi elli era, e però dice: La mia voce fue impressa; cioè spinta, da grande affetto; cioè da gran desiderio, a dir; cioè a dire: Chi siete; cioè voi che avete parlato. Ecco che dimanda chi elli era; e questo finge per avere cagione di nominarlo e dire dei fatti suoi, introducendo lui a parlare di sè e delle sue condizioni e de’ suoi e degli altri. Seguita.

C. VIII — v. 46-57. In questi quattro ternari lo nostro autore finge che, fatta la dimanda detta di sopra da lui, quello spirito beato divenne più splendido che prima et incominciolli a parlare in quella forma, dicendo: E quanta; cioè come grande, e quale; cioè e come splendiente, vidd’io; cioè Dante, lei; cioè la detta anima beata, far piue; che prima, Per allegrezza nova; cioè che ebbe, quando mi vidde in sì fatto stato, che s’accrebbe; cioè la quale allegrezza s’accrescè 1 per le mie parole; e però ben dice: Quando parlai; cioè io Dante, alle bellezze sue; cioè a lei beata, che nelle bellezze sue si

  1. Accrescè; desinenza regolare e primitiva dall’infinito accrescere, come perdè, succedè da perdere, succedere e via dicendo. E.