Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/324

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
   312 p a r a d i s o   x. [v. 13-27]   

cioè sarebbe assai defetto, E su e giù; cioè in cielo et in terra, dell’ordine mondano; cioè dell’ordine che Iddio à posto al mondo. E sotto questo spazio del cielo diceno li Poeti e li Astrologi che è la zona torrida inabitabile se non alle sue estremità per lo troppo caldo, come sono amenduni l’Etiopie, l’orientale e l’occidentale, et allato a questa torrida di verso lo polo artico n’è una abitabile temperata, perchè è in mezzo di questa torrida e della fredda settentrionale, e così dall’altro Tropico iemale è un altra temperata, perchè in mezzo tra la torrida e la fredda antartica che sarebbe abitabile se non che coperta ene dall’acqua, secondo che si crede. E se altri opponesse che nella torrida s’abita, sì come appare di quelli che sono a l’equinoziale, puoi rispondere che s’abita con malagevilezza; li autori inteseno di quelle che siano commode senza malagevilezza. Or ti riman, Lettor, sovra ’l tuo banco; ecco che l’autore si parte da la materia toccata e torna a la materia sua incominciata, confortando lo lettore che sopra le cose dette ripensi, s’elli vuole essere lieto: imperò che di niuna cosa si rallegra tanto l’animo, quanto delle cose d’Iddio; e però dice: Lettor, Or; cioè ora, ti riman sovra ’l tuo banco; nello quale tu stai a studiare questo mio libro, Dietro pensando; co la mente tua, a ciò che si preliba; cioè a la materia che io òne messo inanti, che è materia da essere pensata con diletto; e però dice: S’esser vuoi lieto; cioè se tu vuoi essere lieto, assai: imperò che questa è materia che fa assai lieto chi la pensa, prima che stanco; imperò che inanzi che l’uomo si stancasse sopra tale materia serebbe molto lieto, considerando l’opere d’Iddio. Messo t’ò innanzi; cioè la materia da essere pensata, omai; cioè oggimai, per te; cioè per te medesimo, ti ciba; cioè pasce te lettore sopra la detta materia, Chè a sè; cioè imperò che a sè, torce tutta la mia cura; cioè tutta la mia sollicitudine, Quella materia; cioè la materia di questa ultima cantica che è della gloria de’beati, ond’io; cioè della quale io Dante, son fatto scriba; cioè sono fatto scrittore. Seguita.

C. X — v. 28-36. In questi tre ternari lo nostro autore, ritornato alla materia sua, finge come elli si trovò sallito nel corpo del Sole senza avvedersi del sallire, dicendo: Lo ministro maggior; cioè lo Sole, che è maggiore di tutti li pianeti e de la terra, e di tutti li corpi celesti, salvo che dei cieli: imperò che, come dice Alfragano capitolo xxi, lo Sole è maggiore che la terra cento sessanta sei volte, essente equale a la terra, e la terra è 132 mila di miglia, e 600 millia, et è lo miglio 4 millia gommiti, dunqua ben è lo Sole maggiore che ogni altro corpo celeste; e dicesi ancora ministro maggiore: imperò che, come Albumasar nel suo Introduttorio differenzia terza dice, lo Sole è temperamento de li elementi e della natura e della composizione delli individui elementati per la par-