Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/350

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
   338 p a r a d i s o   xi. [v. 28-42]   

in Dio, che è luce indeficiente che sempre è, Li tuoi pensieri; cioè li pensieri di te Dante risplendono a me da essa luce eterna, ne la quale risplendono e vedonsi, come le cose anteposte ne lo specchio, ond’io; cioè dai quali pensieri io Tomaso 1, cagion; cioè di parlare, apprendo; cioè piglio; e manifestali li suoi dubbi e pensieri, dicendo: Ecco li tuoi pensieri: Tu; cioè Dante, dubbi; cioè ài dubbio, et ài voler; cioè voluntà, che si ricerna; cioè si rivegga, In sì aperta; cioè in sì manifesta, e sì distesa lingua; cioè in sì disteso modo di parlare, Lo dicer mio; cioè lo mio detto che io feci di sopra, che ’l tuo sentir; cioè che ’l sentimento e lo intelletto di te Dante, si scerna; cioè distintamente cognosca et intenda manifestamente senza dubbio, Ove dinanzi dissi; cioè io Tomaso nel precedente canto: U’ ben s’impingua, ecco prima quello che disse santo Tomaso e sopra che l’autore dubita, cioè quando disse: Io fui degli agni della santa greggia. Che Domenico mena per cammino, U’ ben s’impingua, se non si vaneggia; e sopra questo: ben s’impingua è lo primo dubbio; E là, u’; cioè in quel luogo nel quale, dissi; io Tomaso: Non surse ’l secondo; ecco la parola sopra la quale è lo secondo dubbio di Dante; e questo disse santo Tomaso di Salomone quando disse di lui, Che se ’l vero è vero A veder tanto non surse ’l secondo, e sopra questo è lo secondo dubbio tuo, dice santo Tomaso a Dante. E qui; cioè sopra questi due dubbi li quali tu, Dante, ài nella mente et io li veggo in Dio nel quale riluce ogni cosa, è opo; cioè è mestieri, che ben si distingua; cioè che si faccia buona distinzione a volergli bene dichiarare: imperò che senza buona distinzione non si dichiarerebbono bene.

C. XI — v. 28-42. In questi cinque ternari lo nostro autore finge che santo Tomaso predetto, poichè ebbe manifestato li suoi dubbi dell’autore e detto che era mestieri di ben distinguere a volerli dichiarare, incominciò a distinguere parlando in questa forma inanti che venisse a la soluzione dei detti dubbi, a la quale verrà nel xiii canto: La Providenzia; cioè divina, che governa ’l mondo; cioè la quale providenzia divina dispone lo mondo e dirizza al suo fine: imperò che governare è la cosa dirizzare nel suo fine, Con quel consiglio; cioè con quella sapienzia: imperò che consiglio non può venire se non da sapienzia, la quale è in Dio, cioè nel Figliuolo suo, propriamente infinita et incomprensibile, e però dice: nel qual’ cioè consiglio, ogni aspetto Creato; cioè ogni vedere 2 di creatura qualunqua, è vinto; da esso consiglio, pria che vada al fondo: im-

  1. C M. Cagion apprendo; cioè piglio cagione a parlare, s’intende: et ora liel manifesta, dicendo: Tu;
  2. C. M. vedere et intendere di creatura qualunche sia, è vinto;