Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/440

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428 p a r a d i s o xiv. [v. 127-139]

amare, non s’innamori? Forsi la mia parola; dice l’autore: Forsi ch’io paio parlare troppo eccessivamente; e però dice: par troppo osa; cioè troppo alta, cioè che nessuna cosa infine a qui m’avesse legato con più dolci legami che la meditazione de la croce di Cristo; et assegna la cagione per che, dicendo: Posponendo ’l piacer delli occhi belli; cioè imperò che nel mio dire io pospongno lo piacere dei belli occhi di Beatrice, dicendo che nessuna cosa infine a qui m’avea legato con più dolci legami, che quella meditazione 1 che detta è, Nei quai; cioè nei quali occhi, mirando; cioè io Dante, mio disio; cioè mio desiderio, à posa: imperò che, ragguardando amenduni l’intelletti de la santa Teologia, lo desiderio di Dante e d’ogni intelligente uomo si quieta. Ma chi; cioè ma colui lo quale, s’avvede; cioè cognosce e comprende, che i vivi suggelli; chiama li pianeti suggelli vivi, servando quello che àe detto di sopra, che Iddio impronta de la sua virtù in essi; et essi improntano ne le cose di sotto; e dice vivi, perchè si muoveno et ànno continua operazione, D’ogni bellezza; ecco di che suggelli 2, cioè informativi, cioè d’ogni bellezza, cioè d’ogni virtù: imperò niuna cosa propriamente si può dire bella, se non la virtù: imperò che bello tanto è a dire, quanto piacente; e nessuna cosa perfettamente piace, se non la virtù, più fanno; cioè maggiore efficacia ànno ne l’operare, più suso; cioè quanto sono più suso; ecco la cagione, per che nessuna cosa infine a qui l’avea più innamorato che questa: imperò che la virtù di Marte, che è più suso che li altri quattro pianeti, più l’avea mosso: imperò che egli è di maggiore efficacia che li altri; e questo è ragionevile: imperò che quanto li pianeti s’accostano più al cielo, maggiore impressione riceveno da lui. E perchè di questo nasce una tacita obiezione che si può fare; cioè s’è così, dunqua Beatrice che era montata insin quine, dovea essere di maggior bellezza che non era stata infine a quine e doveva piacere di più che mai? A che 3 elli risponde, dicendo: Elli è vero quello che tu di’; ma io non l’aveva anco ragguardata poi che io era intrato in Marte, sicchè sta vero lo mio dire, e però dice: E chi s’avvede ch’io; cioè che io Dante, non m’era lì; cioè non m’era in quello luogo, cioè Marte, rivolto a quelli; cioè a li occhi di Beatrice: imperò ch’elli aveva considerato lo pianeto Marte, secondo la dottrina de l’Astrologia, che dice che Marte àe a dare influenzia di fortezza contra le passioni infine a quel punto, e non aveva considerato ancora lo stato de’ santi martiri che ebbono fortezza 4 contro tutte le passioni secondo la santa

  1. C. M. che la meditazione della croce di Cristo, Nei
  2. C. M. di che sono suggelli informativi,
  3. C. M. Dunque come disse di sopra l’autore che nessuna cosa l’avea così innamorato come quella che avea veduto. A che
  4. C. M. fortezza e vittoria contra