Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/487

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     [v. 73-87] c o m m e n t o 475

contrada et erano cattani 1, gentili uomini: nel 1135 andorno li Fiorentini ad oste al detto castello et ebbenlo a patti che si disfacesse, perchè li detti gentili uomini ricoglievano passaggio da chi passava per la strada sotto lo detto castello. Sempre la confusion; cioè lo meschiamento, de le persone; cioè de le persone di diversi luoghi, Principio fu del mal de le cittade: imperò che non s’ accordano insieme, e di quine viene la divisione e la discordia, per la quale si disfanno le cittadi, Come del vostro; cioè come è cagione del vostro male, cioè di voi uomini, cioè de le infermitadi che voi avete, il cibo che s’appone; cioè che s’aggiunge a quello che è mangiato prima: imperò che impaccia la digestione, e così fa corrompere lo cibo che era incominciato a smaltire, e convertirsi in mali omori; unde poi si generano le infirmitadi e seguitane alcuna volta la morte; e così addiviene ne le cittadi per li nuovi uomini che vi s’appongnano, che metteno divisioni e discordie, e guastanosi le cittadi et alcuna volta si disfanno; e quanto maggiore è la città, tanto più tosto addiviene: imperò che è più superba e mettesi ai pericoli più abbandonatamente. E però dice l’autore, fingendo che lo dica messer Cacciaguida: E cieco toro più avaccio 2 cade, Che cieco agnello: imperò che ’l cieco toro per la sua fortezza impazza e non sta in posa e però cade, e l’agnello si sta in pace e però non cade; e così le piccole cittadi si stanno ne la sua pace e durano, le grandi per la superbia non sanno stare in pace e pericolano, e molte volte tallia Più e mellio una; cioè spada, che le cinque spade: assai volte addiviene che uno cavalieri, che sia con buono animo a la sua città, fa più co la sua spada danno ai nimici, che non fanno cinque altri che non siano con quello buono animo. E questo dice, per tollier via l’argomento di molti che diceno che la moltitudine vince; unde si dice proverbialmente: Iddio aiuta li poghi; ma li più vinceno: imperò che alcuna volta addiviene che vinceno li meno, quando sono bene uniti ad uno volere, sicchè la moltitudine non è da essere desiderata, se non da uno animo e d’uno volere; ma rade volte si trova che moltitudine abbia concordia: imperò che si dice: Ubi multitudo, ibi confusio; et a presso ancora le schiatte non durano, nè le cose del mondo, come dirà di sotto.

C. XVI — v. 73-87. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come messer Cacciaguida fece una antipofora, innanti che rispondesse al quarto dimando fatto da lui disopra; cioè: Chi erano li maggiori cittadini in Fiorenza al tempo suo, li quali conterà ne la lezione di sotto. Et è antipofora, quando si risponde a l’obiezione che fare si potrebbe innanti che si faccia, e così fa qui: imperò che

  1. C. M. erano cittadini
  2. Avaccio; presto, innanzi, da ab ante, E.