Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/529

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     [v. 13-27] c o m m e n t o 517

stra Iddio consolatore di coloro, che portano pazientemente le persecuzioni del mondo per suo amore, e quale io allor vidi; cioè io Dante, Ne li occhi suoi; cioè di Beatrice; e che s’intenda per li occhi assa’ volte è stato dichiarato, amor; tutta la santa Teologia, ch’è piena di carità e d’amore, qui; cioè in questa parte, l’abbandono; cioè lo lascio stare, Non perch’io; cioè io Dante, pur del mio parlar diffidi; cioè perda fidanza del mio parlare, cioè non è pur questa sola la cagione; ma anco ce n’è un’altra, Ma per la mente; cioè mia, che; cioè la quale, non può redire; cioè tornare, tanto Sovra sè; cioè tanto sopra la sua potenzia, cioè sì alto come ella vidde Beatrice non può tornare a dirlo e raccordarsene ora, s’altri; cioè se altri, cioè la grazia d’iddio, nolla guidi; cioè sia guida e conducitrice de la mente per le cose sì alte.

C. XVIII — v. 43-27. In questi cinque ternari lo nostro autore finge come nel ragguardamento di Beatrice elli fu libero da ogni altro desiderio; e come ella l’ammonitte che attendesse ancora al sopra detto beato spirito, dicendo: Tanto poss’io; cioè io Dante pur posso, di quel punto; che io òne detto di sopra di Beatrice, ridire; tanto, quanto è questo, cioè Che, rimirando lei; cioè Beatrice, lo mio affetto; cioè lo mio volere e desiderio. Libero fu da ogni altro disire; cioè da ogni altro desiderio, che io avea prima, Fin che ’l piacer eterno; cioè mentre che la grazia d’Iddio, che è eterno piacere, che; cioè lo quale, diritto; cioè dirittamente, e non per obliquo, Raggiava; cioè risplendeva, in Beatrice del bel viso; cioè di Beatrice. Mi contentava; cioè contentava me Dante, col sereno aspetto; cioè col chiaro vedere, cioè mentre che io mi contentava, ragguardando lo testo della santa Scrittura chiaramente, nel quale dirittamente risplende la grazia d’Iddio, Vincendomi; cioè Beatrice, vincendo me Dante, col lume; cioè co lo splendore, d’un sorriso; cioè non d’uno aperto ridere; ma sogghignare, come fa lo savio che non apertamente ride: imperò che l’aperto ridere mostra dissoluzione. Ella mi disse: Volgeti; cioè Beatrice disse a me Dante: Volgeti; cioè lo tuo pensieri volge da me ad altra parte: imperò che a la sua poesi s apparteneva di trattare anco dell’altre cose, che non si truovano nella santa Scrittura, et ascolta; cioè quello che udirai. Chè; cioè imperò che, non pur ne’ miei occhi; cioè ne le mie esposizioni, o vero ne le apprensioni de’ Teologi, è Paradiso; cioè sta la beatitudine de’ beati: non pure nelli scentifici e gran maestri di Teologia è la beatitudine di paradiso; ma anco ne le menti semplici et idiote. Et induce l’autore una similitudine, dicendo: Come si vede qui; cioè in questo mondo, alcuna volta L’affetto; cioè de la mente, ne la vista; cioè ne la apparenzia di fuora, s’ello; cioè se l’affetto, è tanto; cioè è sì grande. Che da lui; cioè che da esso affetto, sia tutta