Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/582

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ebbe notizia della fede cristiana; e però dice: Chi crederebbe 1; cioè che fusse in paradiso e fusse lo quinto spirito di quelli che figurano lo cillio dell’aquila, che sono nominati di sopra: cioè Traiano imperadore, Ezechia re di Iuda, Costantino imperadore, Guiglielmo re di Sicilia e Rifeo troiano! Ora; cioè avale, che è in questa beatitudine, cognosce assai di quel, che ’l mondo; cioè lo detto Rifeo cognosce assai di quel, che gli omini del mondo non possano cognoscere della divina grazia, che si dà come Iddio la vuole dare, et a cui la vuole dare; e però adiunge: Veder non può: cioè lo mondo de la divina grazia; la quale si dà. come a Dio piace. Benchè sua vista; cioè avvegna Iddio che la sua vista, cioè di Rifeo, non di scorna ’l fondo: imperò che, benchè Rifeo ne cognosca assai de la divina grazia, non ne vede però ciò che n’è: imperò che anco n’è più che non vede, come apparrà di sotto. E qui pone fine l’autore al parlamento dell’aquila, ponendo una similitudine, dicendo: Qual loduletta; questo è uno uccello piccolo, che si chiama lodula 2, che in aire si spazia; cioè la quale si trastulla per l’aire. Prima cantando; cioè prima che va cantando, quando incomincia a volare, e poi tace contenta; cioè del suo canto la detta lodola. Per l’ultima letizia; cioè del suo canto, che la sazia; cioè la quale letizia l’à saziata, cioè la detta lodula. Ecco che adatta la similitudine, dicendo: Tal mi sembiò; cioè sì fatta mi parve, l’imago de la imprenta; cioè l’imagine de la figurata aquila, che Iddio la figurava come si figura una figura d’una forma, imprimendola ne la cera, o in altra cosa ricettevile di quella, De l’eterno piacere; cioè d’Iddio, che è eterno piacerti, al cui disio; cioè al desiderio e volontà del quale Iddio, Ciascuna cosa, qual’ell’è, diventa; cioè ogni cosa diventa tale, quale ella è nel piacere d’Iddio: imperò che ogni cosa è fatta da Dio tale, quale elli la vuole; unde santo Augustino: Tales nos amat Deus, quales faeti sumus dono eius; non quales sumus nostro merito; e santo Prospero: Tales a Domino, quales formamur, amamur; Non quales nostro existimus merito. E questo dice l’autore, per togliere dubbio al lettore di quel che àe detto; cioè che la detta aquila, finita la sua orazione, cantò; e, poi finito lo canto, si tacque rimanendo contenta di quello canto ch’avea fatto al piacere d’Iddio. E qui finisce la prima lezione del canto xx, et incominciasi la seconda.

Et avvegna ch’io fossi ec. Questa è la seconda lezione del canto xx, nella quale lo nostro autore finge come la detta aquila ritornò a parlare solvendoli due dubbi, che nascevono 3 delle cose dette

  1. C. M. crederebbe; nel mondo che Rifeo gentile e non battezzato fusse in paradiso
  2. C. M. lodula: ma l’autore pone lo diminutivo, a dimostrare la sua parvità, che
  3. C. M. nascevano