Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/729

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di carità che ànno li beati in verso li mondani, che tutti desiderano la salute loro. Del sangue nostro; dice san Piero di sè e degli altri successori suoi, che sostennono martirio, Caorsini: Caorsa è una terra nella Marca, dove sono gli omini molto vaghi della pecunia, inde si piglia Caorsino, cioè avaro; ma questo nome pone l’autore qui pur in sua propria significazione per quelli che sono di Caorsa, e Guaschi; cioè quelli di Guascognia, S’apparecchian di bere; cioè dell’entrate della Chiesa, la quale è fatta col sangue nostro; e però dice che quelli di Caorsa e di Guascognia s’apparecchiano di bere del sangue dei martiri, perchè s’apparecchiavano ad essere papa, cardinali, arcivescovi e vescovi e prelati nella Chiesa d’Iddio, che è edificata col sangue de’ martiri; e però finge l’autore che san Piero esclami e dica: O buon principio; questo dice della Chiesa d’Iddio, che si cominciò con grande e buona intenzione, e che ognuno che vi fusse, fusse santo e buono, A che vil fine convien che tu caschi; cioè a fine d’essere dannati a lo inferno coloro, che sono fatti prelati de la Chiesa, li quali erano ordinati al principio, perchè facessono santi loro e li loro sudditi! E soiunge dopo la esclamazione la deprecazione, dicendo: Ma l’alta Providenzia; cioè d’Iiddio, che; cioè la quale providenzia, con Scipio 1; con Scipione Africano inferiore, del quale è stato detto di sopra, Difese a Roma la gloria del mondo: imperò che quando Anibale era in Italia, dove elli stette anni 47, continuamente molestando li Romani, li Romani mandorno Scipione sopradetto ad Africa a combattere Cartagine, e così venne che Anibale andasse là, e così rimase Italia libera; e niente di meno Scipione vinse Cartagine e disfecela, e così Iddio Difese la gloria del mondo a Roma, che l’arebbe perduta: imperò che Anibale l’arebbe vinta, e così sarebbe stata Cartagine capo dello imperio di Roma, e li Romani l’arebbono perduto, sicchè ben difese Iddio la gloria del mondo ai Romani per mezzo di Scipione, Soccorrà tosto; cioè l’alta providenzia a la Chiesa sua, sì com’io; cioè per sì fatto modo, come io Piero, concipio 2 ; cioè penso. E tu, figliuol; ecco che diverte lo suo parlare san Piero, come finge l’autore, a lui medesimo chiamandolo figliuolo, che; cioè lo quale, per lo mortal pondo; cioè per lo carico del corpo, che è mortale, Ancor giù tornerai; cioè giuso nel mondo, apre la bocca; cioè parla e dì quello, che ài udito, E non nasconder; cioè non appiattare, quel ch’io non nascondo; cioè, che io Piero non appiatto. Questa fizione fa l’autore per scusa di sè, mostrando che li sia fatto dire da san Piero quello, che egli scrive dei prelati. E qui finisce la prima lezione del canto xxvii, et incominciasi la seconda.

  1. Scipio; Scipione, alla forma latina, come Dido, sermo ec. E.
  2. Concipio, alla guisa latina; concepisco. E.
   Par. T. III. 46