Pagina:Commedia - Paradiso (Buti).djvu/90

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   78 p a r a d i s o   i i i. [v. 1-18]   

come quell’anima beata, co la quale parlava, li dichiarò lo suo dubbio, et incominciasi quine: Frate, la nostra voluntà ec. La prima, che serà la prima lezione, si divide in cinque parti: imperò che prima finge come li apparveno nel corpo della Luna alquanti spiriti beati; ne la seconda finge com’elli, meravigliantesi di ciò, fu dichiarato da Beatrice, et incominciasi quine: Sì subito com’io; nella terza parte finge com’elli incominciò a parlare con uno di quelli spiriti, et incominciasi quine: Et io all’ombra ec.; ne la quarta parte finge come quello spirito, incominciata la sua narrazione, si li manifesta chi fu nel mondo, et incominciasi quine: Io fui al mondo ec.; nella quinta parte finge come elli replicando mosse uno dubbio al detto spirito, et incominciasi quine: Ond’io a lei ec. Divisa adunqua la lezione, ora è da vedere lo testo co la litterale, allegorica, o vero morale esposizione.

C. III — v. 1-18. In questi sei ternari lo nostro autore finge come, volendo rispondere a Beatrice confessando quello ch’avea detto esser vero, vidde molti spiriti nel corpo della Luna pronti et apparecchiati a voler parlare con lui, et arreca a proposito una bella similitudine, dicendo cosi: Quel Sol; cioè quello splendore e illuminatore della mia mente, cioè Beatrice, che come è stato detto, significa la grazia d’Iddio illuminante, cooperante e consumante, e la santa Scrittura, che; cioè la quale, pria; cioè prima, mi scaldò ’l petto; cioè mio di me Dante, d’amor: imperò che Beatrice, che figura la grazia d’Iddio e la santa Scrittura, di sè l’aveva innamorato, m’avea; cioè avea a me Dante, iscoverto il dolce aspetto Di bella verità; cioè m’avea scoperto lo dolce vedere d’una bella verità, cioè che cosa fusse cagione del turbo de la Luna; e ben dice di bella verità: imperò che niuna cosa è più bella a vedere che la verità, Provando; cioè lo vero per ragione demostrati va, e riprovando; cioè la falsa oppinione del denso e raro, come appare nel precedente canto. Et io; cioè Dante, per confessar corretto; della falsa oppinione del denso e raro, e certo; della vera oppinione detta da Beatrice de la cagione del turbo de la Luna, Me stesso; cioè Dante, Levai ’l capo più erto; cioè più alto, cioè lo mio, tanto quanto si convenne; di levare si, ch’ io non passai lo modo, a proferir; cioè la mia confessione. Ma visione apparve; cioè a me Dante, che; cioè la quale, ritenne A sè me tanto stretto; cioè me Dante a considerare essa visione, per vedersi; cioè perch’ella fusse veduta da me, Che di mia confession non mi sovvenne; cioè non mi ricordai di fare la mia confessione della predetta oppinione del dubbio. Et ecco che arreca una similitudine a dimostrare la visione che li apparve, dicendo: Quali Tornan le postille; cioè le rappresentazioni e figure, dei nostri visi; cioè dei volti di noi omini, per vetri traspa-