Pagina:Commedia - Paradiso (Imola).djvu/399

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canto XXII. 389

lo stava come quei che in sè ripreme
La punta del disio, e non si attenta
Del dimandar, sì del troppo si teme:27
E la maggiore e la più luculenta
Di quelle margherite innanzi fessi,
Per far di sè la mia voglia contenta.
Poi dentro a lei udii: se tu vedessi,
Com’io, la carità che tra noi arde,
Li tuoi concetti sarebbero espressi:
Ma perchè tu aspettando non tarde
All’ alto fine, io ti farò risposta
Pure al pensier di che sì ti riguarde. 56
Quel monte, a cui Cassino è nella costa,
Fu frequentato già in su la cima
Dalla gente ingannata e mal disposta.
E io son quei che su vi porLai prima
Lo nome di Colui che in terra addusse
La verità che tanto ci sublima: 42
E tanta grazia sovra me rilusse,
Ch’ io ritrassi le ville circostanti
Dall’empio culto che il mondo sedusse.
Questi altri fochi tutti contemplanti
Uomini furo, accesi di quel caldo
Che fa nascere i fiori e i frutti santi. 48
Qui è Maccario, qui è Romualdo;
Qui son li frati miei, che dentro ai chiostri
Fermar li piedi e tennero il cuor saldo. S i
• E io a lui: l’affetto che dimostri
Meco parlando, e la buona sembianza,
Ch’ io veggio e noto in tutti gli ardor vostri,
Così mi ha dilatata mia fidanza,