Pagina:Commedia - Purgatorio (Buti).djvu/58

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48 p u r g a t o r i o   ii. [v. 91-105]

zione, che moristi già è parecchi anni, e vieni avale quive? E muove qui l’autore uno dubbio lo quale solve poi ne la risposta di Casella, e lo dubbio è questo: Conciò sia cosa che quando l’anima si parte dal corpo, ella vada subitamente al termine dove si pillia la via o d’andare ine lo inferno, o d’andare in purgatorio, unde è che molte anime vegnano, come sono morte, al purgatorio, e molte penano più anni a venire poi che sono morte, sì come finge ora di Casella? A che l’autore finge che Casella risponda una risposta generale; cioè che questo è secondo la volontà di Dio, lo quale iustamente fa ogni cosa; e però dice: Et elli a me; cioè Casella disse a me Dante: Nessun m’è fatto oltraggio; cioè niuna iniustizia m’è fatta, se io non sono stato retenuto 1 inanti; e però dice: Se quei; cioè l’angiulo che tu vedesti deputato a questo officio, che leva; in su la sua navicella, e quando e cui li piace; e per questo nota la diversità del tempo e de le persone; cioè perchè tosto e perchè tardi, e perchè costui e non colui, Più volte m’à negato esto passaggio; cioè di navigare questo mare in su la sua navicella: Chè di giusto voler; cioè del Divino Volere che è sempre giusto, lo suo; cioè lo volere de l’angiulo, si face; questo vuole dire che l’angiulo vuole quello che vuole Idio, che non vuole se non giustamente. Veramente da tre mesi; cioè sono passati, elli à tolto; cioè che l’angiulo àe 2 ricevuto in su la sua navicella, Chi à voluto intrar con tutta pace; cioè chi à volsuto intrare ne la navicella, elli l’à ricevuto senza contradizione nulla. E questo finge l’autore, perchè l’anno del giubileo, che fu nel 1300, era incominciato ne la pasqua de la natività di Cristo che era passata forsi di tre mesi, lo marso che l’autore finge che avesse questa fantasia; sicché per questo dà ad intendere che chi si trova l’anno del giubileo a Roma, volto a la marina dove entra lo Tevero di Roma in mare, è senza dimoransa ricolto dall’angiulo in su la navicella; e però dice: Ond’io; cioè Casella, che era ora a la marina volto; cioè di Roma, e però dice: Dove l’acqua di Tevero; questo è lo fiume che va per Roma, s’insala; cioè entra nel mare nell’acqua salata, Benignamente fui da lui ricolto; cioè da l’angiulo in su la sua navicella, A quella foce; cioè del Tevero, ov’elli; cioè l’angiulo, à dritta l’ala; sua co la quale naviga: Perocchè quivi; cioè a quella foce, sempre si ricollie; per montare ne la navicella, Qual verso d’Acheronte; che è fiume infernale, e per questo s’intende lo inferno, non si cala; cioè non discende ne l’inferno. E questa è la sentenzia litterale la quale elli àe così fatta, per dare ad intendere allegoricamente di quelli del mondo, li quali illuminati da la grazia di Dio vegnano a lo stato de la penitenzia, quale tosto e quale tardi;

  1. C. M. ricevuto innanti;
  2. C. M. l’angelo à ricevuto