Pagina:Commedia - Purgatorio (Buti).djvu/693

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
   [v. 91-102] c o m m e n t o 683

lui: imperò che a Lui non può tornare se non tale, quale da Lui è produtto; et anco l’omo non piace a sè, se non ritorna al Sommo Bene, come dice s. Agustino: Domine, fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum 1, donec requiescamus in te — , e questo loco; cioè lo paradiso terresto, secondo la lettera; e secondo l’allegoria, lo stato de la innocenzia, Diede per arra; cioè per caparra, a lui; cioè Iddio a l’omo, d’eterna pace; cioè d’eterna beatitudine: imperò che in quil luogo non potea stare se non in stato d’innocenzia, et era pieno lo luogo d’ogni diletto e d’ogni contentamento vero: e questo era una fermezza che, quando a Dio poi fusse piaciuto, l’arebbe tirato a se, a l’eterna beatitudine. Per sua difalta; cioè per suo defetto e per sua colpa: imperò che Iddio li avea dato la libertà de l’arbitrio, per la quale elli li fu disobediente, non astinendosi dal pomo vietato, qui; cioè in questo luogo felice, dimorò poco; stette Adam et Eva in stato d’innocenzia forsi ore 2 5: imperò che, poco stante che funno creati, disubeditteno; e, fatti nocenti per la disubedienzia, funno cacciati fuora del paradiso delitiarum da l’angiulo e messi in questo mondo pieno d’amaritudine e di fatica, secondo che diceno li Teologi. In su l’ora de la tersa Iddio misse Adam nel paradiso delitiarum, traslatato di Damasco, dove l’avea creato nel paradiso; e quive incontenente li diede lo comandamento e presentòli tutte le bestie inanti, et Adam impuose loro li nomi; poi lo fe addormentare e formò la femina de la sua costa, e poi venne lo serpente a tentare Eva, e di po’ la nona mangionno lo pomo vietato, e. funno cacciati fuora; è però dice: Per sua difalta; cioè per suo mancamento da l’ubidienzia, in pianto et in affanno; cioè in turbamento d’animo e fatica di corpo, Cambiò l’onesto riso; cioè lo diletto onesto dell’animo e contentamento, e ’l dolce gioco; cioè il dolce riposo corporale che arebbe avuto sempre stando quive, sì che l’riso si mutò in pianto e lo riposo in fatica. E qui si potrebbe contastare all’autore, dicendo che in questo mondo anco è riso e riposo? A che si può rispondere che non è vero riso, nè vero riposo: imperò che è mutabile et àe fine, quello non serebbe mai mutato se non in mellio; e così vero riposo e vera allegrezza ànno quelli che sono in questa vita in stato d’innocenzia: imperò che non si muta mai se non in mellio, e però la risa e lo riposo di questo mondo è risa falsa e 3 similliata; e così lo riposo et ogni bene che c’è, è similliato come l’imagine simillia lo imaginato, e non è veramente lo imaginato. E questo volse Iddio che fusse, perchè l’omo avesse qualche esperienzia del vero bene per questo similliato, che sempre lo ritirasse al vero bene. Perchè ’l turbar; cioè per la qual cosa, acciò che questo luogo

  1. C. M. meum,
  2. C. M. ore tre: imperò
  3. C. M. simulata
   Purg. T. II. 44