Pagina:Commedia - Purgatorio (Buti).djvu/773

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   [v. 64-75] c o m m e n t o 763

Quando Per udir; la riprensione che io t’abbo fallo, se dolente; dell’errore e del fallo commesso, alza la barba; cioè lo volto, ponendo la parte per lo tutto, E prenderai più dollia; tu, Dante, riguardando; cioè me Beatrice: più dolore genererà lo vedere quale io sono che tu abbandonasti, che non à generato la riprensione che tu ài udita. Con men di resistenza; cioè con minore parte di forza e di contrasto, si dibarba; cioè si tronca da le barbe e da le radici, Robusto cerro; cioè lo forte cerro: questo è uno arbore molto forte e de le specie de le quercia, o vero al nostral vento; cioè a vento che vegna da le parti nostre sì, come la tramontana, O vero a quel de la terra di Giarba; cioè al vento australe: lo re Iarba signoreggiò Africa in quella parte dove fu Cartagine, sì come appare per Virgilio che dice che la reina Dido comprò da lui tanto terreno per edificare la città, quanto potesse circundare con uno cuoio d’uno toro; sicchè, fatto filare li peli e talliare lo coio in minutissime parti, circundò tanto quanto occupò poi la città, chiamata Cartagine dal nome del cuoio: imperò che Cartago in quella lingua viene a dire cuoio, Ch’io; cioè Dante, non levai al suo comando; cioè di Beatrice, il mento; cioè mio; ecco che à fatto la comparazione in questa forma; cioè che meno resiste lo cerro, quando si schianta da le radici, ai venti che ’l fanno dibarbare, che non resistè lo capo di Dante a levarsi suso: ben mostra che grande fatica li fusse a levare su alto lo volto, lo quale teneva a la terra per la vergogna. E quando per la barba il viso chiese; cioè Beatrice: imperò che volendo alsassi lo volto disse: Alsa la barba, Ben cognovi ’l velen dell’argomento; cioè ben m’avviddi ch’ella argomentava sottilmente e latentemente, come corre lo veleno al cuore; tu non se’ fanciullo, che tu ti possi scusare per non cognoscere per pogo tempo: imperò che tu se’ barbuto. Seguita l’altra lezione del canto xxxi.

E come la mia faccia ec. Questa è la seconda lezione del canto xxxi, ne la quale l’autore finge come fu lavato da Matelda nel fiume Lete, e trasportato di là, e presentato a Beatrice. E dividesi questa lezione in parti sei: imperò che prima finge, come vedendo Beatrice meravilliosamente trasformata, li venne una fervente contrizione, sicchè cadde giù vinto; ne la seconda finge come fu preso da Matelda e messo nel fiume e sommerso, sicchè beve dell’acqua, e portato di là, et incominciasi quive: Poi quando il cuor ec.; ne la tersa finge come Matelda bagnato lo presentò a le quattro virtù cardinali, e come elle lo presentonno a Beatrice, et incominciasi quive: Indi mi tolse. ec.; ne la quarta finge come, posto dinansi a Beatrice vedendola fatta rilucentissima, molta ammirazione prese, et incominciasi quive: Mille disiri ec.; ne la quinta finge come le tre virtù teologiche pregano Beatrice che si manifesti col parlare a

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