Pagina:Compendio del trattato teorico e pratico sopra la coltivazione della vite.djvu/51

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stiere. Non bisogna lavorare vicino alle radici per il pericolo di toccarle, o scoprirle; là solamente lo strumento non deve rischiare che la superficie, che bisogna sempre disporre in maniera piana per evitare i bucchi moltiplicati, i quali ritenendo più o meno la pioggia e l’umido sembrano con ciò provocare il gelo.

Gli strumenti che si usano sono la vanga, la forca, e l’uncino: ma quelli che s’impiegano con maggior vantaggio sono la zappa pesante con manico corto, e la marra di diversa forma, che dà tre, quattro stumenti; cioè la marra comune, triangolare, biforcata, e quella a tre rami. ’O veduto molti eccellenti vignajuoli, che per i diversi terreni ghiajosi, o leggeri non si servivano che della marra triangolare, il cui manico è lunghissimo, più o meno curvo, per impedire all’operajo di essere in una posizione incomoda, che lo sforzerebbe avvicinarsi troppo alla terra.

Il lavoro in cambio di farsi dall’alto al basso delle pergole, e così riprendendole tutte isolate, si può eseguirlo per traverso con solchi più, o meno leggeri paralelli tra essi, ed alla parte inferiore della vite. Il secondo lavoro, che si è nominato mal a proposito in qualche paese raschiare, e zappare, deve farsi con altrettanta cura che il primo. Solamente il vignajuolo dev’eseguire i solchi, mettendosi all’altra estremità della parte superiore della vite, ed in maniera opposta alla prima operazione. Si fa questo secondo lavoro subito dopo, che il frutto è annodato.

L’oggetto del terzo dev’essere di eguagliare la superficie della terra, levare intieramente quella