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reo[1], ed alludono a un tumulto del popolo di Roma, dopo il conclave che alla morte di Leone X elesse papa il cardinal di Tortosa (1522). Anche questi sono notevoli per la forma sinceramente popolare, e per certa vivezza di sentimento, che li ricollega, secondo me, a quello precedente di Madonna Iacovella, e furono, forse, opera d’uno stesso autore. Questi tre sonetti sono documento d’uno sviluppo artistico così elevato, che non mi sembrano doversi considerare come germogli isolati, e forse sono parte d’una più larga fioritura, che non sarà difficile allo storico della letteratura romanesca di rimettere in luce, procedendo ad una larga e intelligente esplorazione di tutto quanto è sepolto nelle biblioteche e negli archivî. Solo dopo una esplorazione di tal genere potremo dir l’ultima parola sull’antica letteratura romanesca e sul secolo di Leone X.
Ai primi anni del s. XVI si deve fissare l’apparizione di Pasquino nella vita e nella storia di Roma. Delle sue origini, delle sue vicende, delle sue relazioni col popolo romano molti si sono occupati, tentando alcuno[2] di ricollegare l’opera di Pasquino con quella del Belli, del quale sarebbe un precursore. Ma l’opera immortale del poeta romanesco fu oggettiva ed impersonale, ebbe di mira i costumi e trascurò le persone, come la satira di Orazio; il verso di Pasquino, invece, nato dall’omaggio alla Corte Pontificia, diventò a mano a mano l’espressione del malcontento, dell’ira o anche dell’indignazione sarcastica individuale, e fu sempre aggressivo, e piacque al popolo, che spesso, trovandovi l’eco dei suoi stessi pensieri e sentimenti, lo ripetè come proprio. Del resto, se molti sono i contributi recati all’illustrazione di questo argomento, la storia completa di Pasquino è ancora nel desiderio di tutti, e diventa ogni giorno più necessaria, perché versa tanta luce sulla storia del papato.
Un altro studio importante sarebbe da fare sui diaristi, che