Pagina:Contributo alla storia della letteratura romanesca.djvu/25

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del Belli, hanno già riscontro nel «Maggio romanesco» di Gio. Camillo Peresio,1 che è appunto del s. XVII. Codesto è un mediocre poema epico-giocoso di 12 canti in ottava rima, scritto — è detto nel frontispizio — «nel linguaggio del volgo di Roma»; ma l’autore avverte nella prefazione che ha mescolato «le parole barbare con le buone», «et in più sentimenti taluolta le buone sole, e tal uolta le barbare», astenendosi però, «dalle voci aspre che costumino i più giovani», e lasciando addirittura «quelle in gergo per essere incognite, e affatto oscure, e dette da pochi, che parlano furbesco per intendersi frà di loro, e non essere capiti dagli altri.» Inutile, dunque, ricercare in questo ed in altri lavori consimili tutto il vernacolo romanesco; contentiamoci del fatto, che la lingua del popolo abbia acquistata tanta stabilità organica da poter essere atteggiata in opera d’arte. Cosi, il parlare del volgo, che fino al cinquecento s’insinua e trapela nelle opere letterarie per l’ignoranza degli scrittori, nel s. XVII ha già fatto un gran passo, entra in una seconda fase, c’è chi non isdegna di prenderlo in esame e d’adoperarlo come espressione della propria idea, pur avendo cura di ripulirlo, di limarlo, per toglierne certe asprezze troppo acute, certe volgarità troppo grossolane. Che se il lavoro riesce mediocre, la colpa è tutta dell’artefice e non della parola volgare, e forse dipende appunto dall’averla voluta nobilitare, atteggiandola in una forma ripugnante all’indole del popolo, per vestire un argomento, che, certo, dal popolo non traeva l’origine.

Il poema è dedicato «all’Em. e Rev. Prencipe il Cardinale Francesco Maria de’ Medici» ed ha «il fondamento storico nel tempo della tirannide che per lo spazio di mesi sette esercitò nella città di Roma Nicolò di Lorenzo detto Cola di Rienzo, col titolo di tribuno del popolo l’anno 1347.» L’argomento è la festa del Maggio romanesco ordinata da Cola. I popolani capi dei 12 rioni in cui era divisa Roma si sforzano di salire il palo elevato nel mezzo d’una piazza, dalla cima del quale pende il «maggio», cioè il palio, premio del vincitore. Sorge una contesa tra Iacouccio de’ Monti e Titta di Trastevere, cui non

  1. Ferrara, Bernardino Pomatelli, 1688.