Pagina:Cosa può dire oggi la fotografia?.pdf/4

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operazione del 'reale' ------- mi sono formato come scultore, m’interessano i modi di apparire delle cose e delle loro forme nello spazio e nelle variazioni di luce, ma la spinta iniziale all’azione è data da una volontà civile di denuncia. Il mio lavoro nasce come risposta personale ai processi di demolizione e ricostruzione di aree urbane destinate alla cosiddetta ’riqualificazione’.

Il numero e la qualità di questi interventi sono diventati ai miei occhi una sorta di cartina di tornasole dello stato politico-socio-economico di un Paese, un indice delle tensioni interne all’organismo città. Ogni tipologia architettonica incarna e influenza un’epoca, una cultura, un tessuto sociale, un sentire comune e l’immaginario collettivo.

La mia ricerca si focalizza sulla casa, sulla cellula fondamentale del tessuto urbano, sul primo luogo dei bisogni dell’uomo.

La demolizione è ovunque attorno a noi: fotografare diviene la conseguenza all’essere esposti allo sgretolamento senza sosta del contesto in cui viviamo.

Il mio lavoro fotografico non intende essere commemorazione del passato ma cronaca di una continua autodistruzione, per la quale il passato recente viene sistematicamente consumato, distrutto, rimosso. Le facciate dei palazzi vengono imbellettate, i quartieri `indecorosi’ sono demoliti per far largo all’immagine di città rassicurante: la nostra società sembra rimuovere costantemente i segni dello scorrere naturale del tempo.

La mia reazione è una ostinata e ininterrotta collezione di testimonianze, una schedatura per la costituzione di un ipotetico archivio della memoria storica, un’archeologia per immagini.

L’ottica fotografica (insieme al video e all’audio) risulta lo strumento più preciso per documentare e analizzare il paesaggio, soddisfa una mia necessità di sintonia con l’osservato, di penetrazione nel dato `reale’. Esserci, aderire alla realtà nel modo meno mediato possibile: non un disegno troppo personale, non il gesto espressionista ma un calco che ci ripropone e certifica la presenza al mondo di quel corpo specifico.

Fotografare significa imbrigliare e ordinare una realtà sfuggente e la cui distruzione appare la tappa obbligata di un processo irreversibile. La fotografia come strumento di appropriazione del mondo in cui viviamo insicuri, come metodo di orientamento in un territorio mutevole. Traguardare, riquadrare porzioni del cosiddetto `reale’ per cercare di comprendere ciò che è davanti agli occhi, descrivere gli spazi costruiti nel tentativo di ridare senso a ciò che sta per scomparire. Il pensiero crea la forma per rendere sopportabile il contenuto.


All’interno dei pixel o dell’emulsione fotografica un edificio ormai estinto può trovare

ancora spazio e respiro per un’esistenza altra.

La fotografia diventa l’appiglio per creare un orizzonte di senso.



rotterdam, 31-05-2010