Pagina:Cuore.djvu/112

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andai giù lesto come un razzo. Padre e figliuolo erano anche più vispi del solito e non mi parve mai che si somigliassero tanto l’uno all’altro come questa mattina: il padre aveva alla giacchetta la medaglia al valore in mezzo alle due commemorative, e i baffetti arricciati e aguzzi come due spilli.

Ci mettemmo subito in cammino verso la stazione della strada ferrata, dove il re doveva arrivare alle dieci e mezzo. Coretti padre fumava la pipa e si fregava le mani. - Sapete, - diceva - che non l’ho più visto dalla guerra del sessantasei? La bagatella di quindici anni e sei mesi. Prima tre anni in Francia, poi a Mondovì; e qui che l’avrei potuto vedere, non s’è mai dato il maledetto caso che mi trovassi in città quando egli veniva. Quando si dice le combinazioni.

Egli chiamava il re: - Umberto - come un camerata. - Umberto comandava la 16a divisione, Umberto aveva ventidue anni e tanti giorni, Umberto montava a cavallo così e così.

- Quindici anni! - diceva forte, allungando il passo. - Ho proprio desiderio di rivederlo. L’ho lasciato principe, lo rivedo re. E anch’io ho cambiato: son passato da soldato a rivenditor di legna. - E rideva.

Il figliuolo gli domandò: - Se vi vedesse, vi riconoscerebbe?

Egli si mise a ridere.

- Tu sei matto, - rispose. - Ci vorrebbe altro. Lui, Umberto, era uno solo; noi eravamo come le mosche. E poi sì che ci stette a guardare uno per uno.