Pagina:Cuore.djvu/153

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trovò la casa del suo nuovo protettore. Tirò il campanello. S’affacciò alla porta un grosso uomo biondo, arcigno, che aveva l’aria d’un fattore, e che gli domandò sgarbatamente, con pronunzia straniera:

- Che vuoi?

Il ragazzo disse il nome del padrone.

- Il padrone, - rispose il fattore, - è partito ieri sera per Buenos Aires con tutta la sua famiglia.

Il ragazzo restò senza parola.

Poi balbettò: - Ma io... non ho nessuno qui! Sono solo! - E porse il biglietto.

Il fattore lo prese, lo lesse e disse burberamente: - Non so che farci. Glielo darò fra un mese, quando ritornerà.

- Ma io, io son solo! io ho bisogno! - esclamò il ragazzo, con voce di preghiera.

- Eh! andiamo, - disse l’altro; - non ce n’è ancora abbastanza della gramigna del tuo paese a Rosario! Vattene un po’ a mendicare in Italia. - E gli chiuse il cancello sulla faccia.

Il ragazzo restò là come impietrato.

Poi riprese lentamente la sua sacca, ed uscì, col cuore angosciato, con la mente in tumulto, assalito a un tratto da mille pensieri affannosi. Che fare? dove andare? Da Rosario a Cordova c’era una giornata di strada ferrata. Egli non aveva più che poche lire. Levato quello che gli occorreva di spendere quel giorno, non gli sarebbe rimasto quasi nulla. Dove trovare i denari per pagarsi il viaggio? Poteva lavorare. Ma come, a chi domandar lavoro? Chieder l’elemosina! Ah! no, essere respinto, insultato, umiliato come poc’anzi, no, mai, mai più, piuttosto morire! -