Pagina:Cuore.djvu/173

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della madre oscurata e sbiadita un poco da quei due anni di lontananza, in quei momenti quell’immagine gli si chiariva; egli rivedeva il suo viso intero e netto come da lungo tempo non l’aveva visto più; lo rivedeva vicino, illuminato, parlante; rivedeva i movimenti più sfuggevoli dei suoi occhi e delle sue labbra, tutti i suoi atteggiamenti, tutti i suoi gesti, tutte le ombre dei suoi pensieri; e sospinto da quei ricordi incalzanti, affrettava il passo; e un nuovo affetto, una tenerezza indicibile gli cresceva, gli cresceva nel cuore, facendogli correre giù pel viso delle lacrime dolci e quiete; e andando avanti nelle tenebre, le parlava, le diceva le parole che le avrebbe mormorate all’orecchio tra poco: - Son qui, madre mia, eccomi qui, non ti lascerò mai più; torneremo a casa insieme, e io ti starò sempre accanto sul bastimento, stretto a te, e nessuno mi staccherà mai più da te, nessuno, mai più, fin che avrai vita! - E non s’accorgeva intanto che sulle cime degli alberi giganteschi andava morendo la luce argentina della luna nella bianchezza delicata dell’alba.


Alle otto di quella mattina il medico di Tucuman, - un giovane argentino - era già al letto della malata, in compagnia d’un assistente, a tentare per l’ultima volta di persuaderla a lasciarsi operare; e con lui ripetevano le più calde istanze l’ingegnere Mequinez e la sua signora. Ma tutto era inutile. La donna, sentendosi esausta di forze, non aveva più fede nell’operazione; essa era certissima o di morire sull’atto o di non sopravvivere che poche ore, dopo d’aver sofferto invano dei dolori più atroci di quelli