Pagina:Cuore.djvu/186

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madre, che m’aspettano. Io mi chiamo Giulietta Faggiani.

Il ragazzo non disse nulla.

Dopo alcuni minuti tirò fuori dalla borsa del pane e delle frutte secche; la ragazza aveva dei biscotti; mangiarono

- Allegri! - gridò il marinaio italiano passando rapidamente. - Ora si comincia un balletto!

Il vento andava crescendo, il bastimento rullava fortemente. Ma i due ragazzi, che non pativano il mal di mare, non ci badavano. La ragazzina sorrideva. Aveva presso a poco l’età del suo compagno, ma era assai più alta: bruna di viso, sottile, un po’ patita, e vestita più che modestamente. Aveva i capelli tagliati corti e ricciuti, un fazzoletto rosso intorno al capo e due cerchiolini d’argento alle orecchie.

Mangiando, si raccontarono i fatti loro. Il ragazzo non aveva più né padre né madre. Il padre, operaio, gli era morto a Liverpool pochi dì prima, lasciandolo solo, e il console italiano aveva rimandato lui al suo paese, a Palermo, dove gli restavan dei parenti lontani. La ragazzina era stata condotta a Londra, l’anno avanti, da una zia vedova, che l’amava molto, e a cui i suoi parenti, - poveri, - l’avevan concessa per qualche tempo, fidando nella promessa d’un’eredità; ma pochi mesi dopo la zia era morta schiacciata da un omnibus, senza lasciare un centesimo; e allora anch’essa era ricorsa al Console, che l’aveva imbarcata per l’Italia. Tutti e due erano stati raccomandati al marinaio italiano. - Così, - concluse la bambina, - mio padre e mia madre credevano che