Pagina:Cuore.djvu/194

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lavoro, molti cominciavano a affannarsi perché il problema era difficile. Uno piangeva. Crossi si dava dei pugni nel capo. E non ci hanno mica colpa molti, di non sapere, poveri ragazzi, che non hanno avuto molto tempo da studiare, e son stati trascurati dai parenti. Ma c’era la provvidenza. Bisognava vedere Derossi che moto si dava per aiutarli, come s’ingegnava per far passare una cifra e per suggerire un’operazione, senza farsi scorgere, premuroso per tutti, che pareva lui il nostro maestro. Anche Garrone, che è forte in aritmetica, aiutava chi poteva, e aiutò perfin Nobis, che trovandosi negli imbrogli, era tutto gentile. Stardi stette per più d’un’ora immobile, con gli occhi sul problema e coi pugni alle tempie, e poi fece tutto in cinque minuti. Il maestro girava tra i banchi dicendo: - Calma! Calma! Vi raccomando la calma! - E quando vedeva qualcuno scoraggiato, per farlo ridere, e mettergli animo spalancava la bocca come per divorarlo, imitando il leone. Verso le undici, guardando giù a traverso alle persiane, vidi molti parenti che andavano e venivano per la strada, impazienti; c’era il padre di Precossi, col suo camiciotto turchino, scappato allora dall’officina, ancora tutto nero nel viso. C’era la madre di Crossi, l’erbaiola; la madre di Nelli, vestita di nero, che non poteva star ferma. Poco prima di mezzogiorno arrivò mio padre e alzò gli occhi alla mia finestra: caro padre mio! A mezzo giorno tutti avevamo finito. E fu uno spettacolo all’uscita. Tutti incontro ai ragazzi a domandare, a sfogliare i quaderni, a confrontare coi lavori dei compagni. - Quante operazioni? - Cos’è il totale? - E la sottrazione? - E la risposta? -