Pagina:Cuore.djvu/81

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Napoli il figliuolo maggiore, con qualche soldo, ad assistere suo padre, il suo Tata, come là si dice; il ragazzo aveva fatto dieci miglia di cammino.

Il portinaio, data un’occhiata alla lettera, chiamò un infermiere e gli disse che conducesse il ragazzo dal padre.

- Che padre? - domandò l’infermiere.

Il ragazzo, tremante per il timore d’una trista notizia, disse il nome.

L’infermiere non si rammentava quel nome.

- Un vecchio operaio venuto di fuori? - domandò.

- Operaio sì, - rispose il ragazzo, sempre più ansioso; non tanto vecchio. Venuto di fuori, sì.

- Entrato all’ospedale quando? - domandò l’infermiere.

Il ragazzo diede uno sguardo alla lettera. - Cinque giorni fa, credo.

L’infermiere stette un po’ pensando; poi, come ricordandosi a un tratto: - Ah! - disse, - il quarto camerone, il letto in fondo.

- È malato molto? Come sta? - domandò affannosamente il ragazzo.

L’infermiere lo guardò, senza rispondere. Poi disse: - Vieni con me.

Salirono due branche di scale, andarono in fondo a un largo corridoio e si trovarono in faccia alla porta aperta d’un camerone, dove s’allungavano due file di letti. - Vieni, - ripeté l’infermiere, entrando. Il ragazzo si fece animo e lo seguitò, gettando sguardi paurosi a destra e a sinistra, sui visi bianchi e smunti dei malati, alcuni dei quali avevan gli occhi chiusi, e