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Pagina:Cuore (1889).djvu/109

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il tamburino sardo 97

erano avvicinati ancora; si vedevano giù tra il fumo i loro visi stravolti, si sentivan tra lo strepito delle fucilate le loro grida selvagge, che insultavano, intimavan la resa, minacciavan l’eccidio. Qualche soldato, impaurito, si ritraeva dalle finestre; i sergenti lo ricacciavano avanti. Ma il fuoco della difesa infiacchiva, lo scoraggiamento appariva su tutti i visi, non era più possibile protrarre la resistenza. A un dato momento, i colpi degli Austriaci rallentarono, e una voce tonante gridò prima in tedesco, poi in italiano: — Arrendetevi! — No! — urlò il capitano da una finestra. E il fuoco ricominciò più fitto e più rabbioso dalle due parti. Altri soldati caddero. Già più d’una finestra era senza difensori. Il momento fatale era imminente. Il capitano gridava con voce smozzicata fra i denti: — Non vengono! Non vengono! — e correva intorno furioso, torcendo la sciabola con la mano convulsa, risoluto a morire. Quando un sergente, scendendo dalla soffitta, gettò un grido altissimo: — Arrivano! — Arrivano! — ripeté con un grido di gioia il capitano. — A quel grido tutti, sani, feriti, sergenti, ufficiali si slanciarono alle finestre, e la resistenza inferocì un’altra volta. Di lì a pochi momenti, si notò come un’incertezza e un principio di disordine fra i nemici. Subito, in furia, il capitano radunò un drappello nella stanza a terreno, per far impeto fuori, con le baionette inastate. — Poi rivolò di sopra. Era appena