Pagina:Cuore infermo.djvu/127

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Parte terza 127

di quell’ascetismo mondano che mescola singolarmente le cose profane e le cose sacre, che le fanciulle meridionali imparano nelle troppo ardenti esclamazioni delle preghiere. Ogni tanto, sotto l’inamidato gonfiamento del periodo, trapelava qualche ingenuità bella e buona. Finalmente aveva detto che era maritata — orribilmente maritata. Come è naturale in ogni signora che scrive ad un uomo, ella non amava suo marito. Il perchè poi, non poteva dirlo. Era la sventura della sua vita. Adoperava delle frasi da romanzo francese, di quelli così brutti che scrivono Montépin e Ponson du Terrail. Al terzo mese della corrispondenza ella precipitò assolutamente nella realtà e confessò a Marcello che lo amava di amore, da lunghissimo tempo. Un amore forte, contrastato, invincibile. Nè il tempo, nè Dio avevano potuto domarlo — come si dice nella poesia di una stupida romanza. Il suo amore non era colpevole, poichè ella non si sarebbe mai manifestata a Marcello. Temeva il suo disprezzo. Anzitutto essere stimata dal solo uomo che amava sulla terra. Questo le bastava. Infine, un amore come il suo, che non aveva speranza, che aveva il coraggio di non fare un passo verso lui, che trovava in se stesso, la forza del sacrifizio, meritava almeno la gratitudine. Ora datava le sue lettere stranamente. Scriveva dopo la festa, alle cinque del mattino, coi fiori sul capo e i brillanti al collo; di domenica, all’una pomeridiana, dopo la messa cantata a San Ferdinando; alle otto di sera prima di andare in teatro, in piedi, coi guanti; alle nove del mattino, nel bosco di Capodimonte, sotto un albero; in camera sua, di sera, dopo l’affannosa lettura di Madame Bovary — e via di questo passo. Da qualche parolina sfuggita alla penna che diventava malcauta, si comprendeva che la signora vedeva qualche volta Marcello.