Pagina:Cuore infermo.djvu/135

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Parte terza 135

coloravano, tremavano lievemente; la testina si affondava dippiù nei cuscini, quasi vi scompariva. Il dolore quietato, smussato per poco, riprendeva la sua acutezza. Egli se ne accorse.

— Vi tengo discorsi sciocchi, ma non posso vedervi ammalata. Che io non possa far nulla, proprio nulla per voi?

Lalla lo guardò così stranamente, che egli sentì darsi un tuffo al cuore; balbettò, si confuse...

— ... Volevo dire... una medicina... una parola... una idea, qualche cosa... non vi è niente, nevvero? Avete ragione.

E si tacque. Non pensava neppure. Si fermava a contemplare uno per uno gli oggetti dattorno, con grande attenzione, per evitare di guardar lei. Ma irresistibilmente ritornò ad essa. La rivide come nel primo momento in cui l’aveva scorta, bianca, immobile, rigida, nell’abito di lana bianca, con quelle linee stecchite che hanno i cadaveri, coperta da un funebre manto di velluto nero.

— Lalla, Lalla, per carità, ditemi una parola! Voi mi fate paura! Sollevatevi un poco.

E le passò un braccio al collo per rialzarla. Uno spasimo doloroso la fece scuotere; ella si strinse a lui tenacemente con un impeto nervoso e passionato, guardandolo negli occhi e dicendogli nel collo, con la sua voce soffocata:

— Marcello, Marcello, Marcello!