Pagina:Cuore infermo.djvu/163

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Parte quarta 163

— Io avrò dei giacinti. Il giardiniere dell’albergo è in giro per procurarmene.

— Ci penserò anch’io domani. Abbiamo qualche bel fiore nella serra.

— Perchè non andiamo a vederla? — propose Fanny Aldemoresco — tanto ora dobbiamo andar via. Stiamo qui da un pezzo; Beatrice ci fa vedere il suo nido campagnuolo e dopo ci mettiamo in cammino pel ritorno. Che ne dici, Amalia?

— Come vuoi. Già, i mariti non staranno in pena per noi.

— Parla per te, mia sfiduciata. Vorrei vedere che Sandro non si disperasse di già per la mia assenza.

Così si posero in giro. Le due amiche trovavano bello, tutto bello. Una pace incantevole, che non si conosceva in quel frenetico Castellammare. Pure, due o tre volte scambiarono un’occhiata d’intelligenza, dietro le spalle di Beatrice che le precedeva. Sul terrazzo batteva il sole; non vi rimasero che un minuto solo. La stanzetta rotonda della torre le entusiasmò. Fanny faceva scorrere le dita sul pianoforte, preludiando vivamente, rimanendo in piedi e continuando a chiacchierare con Beatrice. Amalia, sulla porta della cameretta, guardava nella campagna, facendo solecchio con la mano.

— Che guardi laggiù, Amalia? — chiese la duchessa.

— Cerco la villa Torraca.

Beatrice la raggiunse e gliela indicò. Era a destra, una palazzina molto piccola, dalle gelosie tutte chiuse.

— Beatrice, debbo parlarti — disse sottovoce rapidamente, Amalia.

— Quando vuoi, cara — rispose l’altra senza turbarsi.

Ma per le scale, mentre Fanny era andata innanzi:

— Ho scherzato, non ho nulla da dirti — disse a voce alta la Cantelmo.