Pagina:Cuore infermo.djvu/247

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Parte quinta 247

— Oh! non dirlo, non dirlo! Non hai compassione di me? Infine che ti ho fatto io?

Beatrice la guardò, ma non le rispose.

— Non era io la tua confidente, Beatrice? Non sapeva che tuo marito ti era indifferente?

— La tua logica è strana, Amalia!

— Non hai permesso che tuo marito andasse dietro a Lalla D’Aragona? Tutto il mondo lo sa. Potevo io mai credere che avessi tu voluto castigarmi in tal modo?

— La tua logica è strana, Amalia!

— Strana, strana! La libertà di Marcello avrebbe ingannato chiunque.

— Sicchè ognuna di voi, domani, che avesse vaghezza di un cuore da conquistare, potrebbe rivolgersi a lui?

— Non dico questo...

— Ma lo hai pensato. Pure sentimi bene. Nè tu, nè la contessa Lalla D’Aragona, nè ognuna di queste donne ha mai pensato a me.

— A te?

— A me. Avete immaginato che io non l’ami. Sia come si voglia. Avete detto fra voi che non mi avreste cagionato nè un dolore, nè una pena. Va bene. Ma dovevate sapere che io sono una donna, che sono fiera ed orgogliosa come cento di voi. Dovevi saperlo tu che mi sei amica. Voi non avete potuto addolorarmi, perchè il mio cuore è muto, ma avete potuto offendermi crudelmente. Sono sua moglie infine.

E si tacque; aveva frenate, misurate, lentamente pronunziate le parole. Ogni momento la verità le prorompeva dalle labbra, nuda e clamorosa. Amalia temeva di nuovo. Provava un pentimento profondo di quello che aveva fatto, della stolida e cattiva difesa che aveva