Pagina:Cuore infermo.djvu/25

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Parte prima 25

penombra. Con quella linea decisa, senza gradazioni, che segnava il limite fra l’ombra e la luce, quel volto mezzo chiaro, mezzo oscuro, rassomigliava più che mai a quelle teste di sfingi, silenziose e belle nel loro puro granito.

Ella aveva già scritto tre lettere. Come ne finiva una, ci versava su la sabbia, soffiava, piegava il foglietto in due senza rileggere, lo metteva nella busta e vi scriveva rapidamente l’indirizzo. Trovava, quasi senza cercarla, la frase lucida e breve che rendesse il suo pensiero; andava diritto al suo scopo senza oziare per la via. Aveva scritto alla sua sarta per farle affrettare la consegna dei due ultimi abiti che dovevano completare il suo ricchissimo corredo: quello di nozze e quello da viaggio. Aveva scritto alla sua maestra di pianoforte, ringraziandola delle sue cure, inviandole un dono grazioso, pregandola a ricordarsi di lei. Aveva scritto alla sua matrina, la marchesa di Monsardo, per annunziarle che il giorno stabilito era proprio il venti, e che suo padre, don Mario, aveva affrettate le nozze. Sempre, dappertutto, una frase tornita, graziosa, placida come lo spirito di colei che l’aveva dettata. Ora scriveva al maggiordomo di casa Revertera, a Napoli, per avvisarlo che tra una settimana sarebbero discesi in città per i preparativi degli sponsali.

Ad un tratto, con un moto lento e cauto, posò la penna. Curvò la testa sul petto ed entrò così tutta nel cerchio luminoso della lampada; aveva gli occhi sbarrati, le nari dilatate, ma immobili, le labbra secche, strette, tutte le linee indurite, quasi tese; in tutto il volto una attenzione rinserrata, condensata, quasi dovesse cogliere il lontanissimo, l’impercettibile fra i rumori. Non osava muoversi, non osava gridare: il pallore della paura le saliva dal collo alla fronte. Poi,