Pagina:Cuore infermo.djvu/251

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Parte quinta 251

Lalla oramai andava dappertutto, dovunque potesse vedere Beatrice. Era evidente che la ricercava. Quando la Sangiorgio scarrozzava per la Riviera, dopo un momento si era certi di veder apparire, dietro i cristalli di un coupè, la testolina di Lalla — e quasi fatalmente, poco dopo, una carrozzina guidata a tutta corsa dal duca Sangiorgio. Se Beatrice passava un’oretta della mattinata, come voleva la moda, nelle sale dello Skating, appogiata alla balaustra del ring per vedere scivolare signorine e giovanotti, si era certi d’incontrare nei corridoi, nel viale del giardino, Lalla al braccio di Paolo, trascinando la sua persona stanca. Se in un circolo Beatrice radunava intorno a sè signore e giovanotti, all’altro capo della sala vi era un gruppo di cui Lalla era il centro. Se in un ballo comparivano gli stupendi smeraldi di Beatrice Sangiorgio, vi si ammiravano anche le meravigliose perle brune della D’Aragona. Spesso capitavano vicine; scambiavano poche ed amabili parole, con sorrisi graziosi. Si salutavano giustamente, senza affettazione. La più disinvolta era senza dubbio Beatrice. Faceva uno sciupìo enorme di volontà; era giunta a darsi un bel contegno. Non lo smetteva più, era la sua difesa. Quell’accanimento della D’Aragona a volerla vedere, a volerle parlare, sulle prime l’aveva stordita, sgomentata. Per poco le parve un insulto, una sfrontatezza. Mentre sorrideva, le lagrime dell’orgoglio offeso la soffocavano. Ma in seguito osservò meglio e comprese meglio. Se lei rimaneva calma in presenza di Lalla, costei si turbava sempre in presenza sua; di sfuggita ella la vedeva cambiare di colore, comprimere qualche moto nervoso, udiva alterarsi il tono della voce; per tutto il tempo che rimanevano insieme, lontane o vicine, ella capiva che Lalla non era perfettamente padrona di sè. E fra loro due stava Marcello, che si